Il deserto di Taklamakan è nella Cina occidentale, ed è uno dei luoghi più inospitali della terra. Taklamakan è un termine che nella lingua uigura, una specie di turco che si parla nella regione dello Xinjiang, significa: «se ci vai non ne esci più». Ed è stato a lungo così. Per secoli i viaggiatori sulla Via della Seta si guardavano bene di attraversare un luogo considerato tra i pericolosi della terra. Poi, agli inizi del Novecento alcuni archeologi di diverse nazionalità, un tedesco, un inglese, un francese, uno svedese hanno cominciato a organizzare spedizioni per portare alla luce i tesori inestimabili sepolti sotto la sabbia da un migliaio di anni. Erano uno contro l’altro, erano determinati, pronti a sfidare la morte. E diedero vita a una vera e propria epopea degna di un poema. Oggi molti tesori e opere d’arte del buddismo cinese provenienti da quel deserto sono conservati nei musei di Berlino, di Londra, di New York. E vengono dalle scorrerie, dal coraggio e dall’intraprendenza di uomini che sfidarono quel luogo di nessuno.

Un grande storico e giornalista inglese, Peter Hopkirk, scrisse più di trent’anni fa un bellissimo libro sulla guerra degli archeologi nel deserto di Taklamakan, intitolato appunto: Diavoli stranieri sulla Via della Seta. Un libro che si conclude con una pagina molto suggestiva. Dopo aver descritto l’inferno di quel luogo,  e dopo aver raccontato di come il cielo potesse farsi nero all’improvviso e tempeste impressionanti seppellire intere carovane e uccidere uomini e animali, notava con una certa nostalgia che oggi in quel deserto si arriva con dei pullman confortevoli. Dal 1995 esiste la “Tarim Desert Highway”, detta anche la S165: un’autostrada che attraversa il deserto da nord a sud, dalla città di Luntai a Minfeng. Ora i torpedoni abbondano e nell’inferno del mondo si arriva senza problemi. Basta pagare il biglietto del viaggio.

In fondo la parabola del deserto di Taklamakan è la stessa del Web. In questi ultimi tempi c’è una certa preoccupazione attorno alle app. Cosa sono le app? Sono quelle applicazioni che si scaricano sui tablet e sugli smartphone e che consentono di navigare e di operare su internet. Anziché andare su un sito, si scarica una app, perché è più semplice, più immediata, e funziona senza fare troppe ricerche. «C’è una app per tutto», recitava lo slogan di una pubblicità dell’iPhone di un anno fa. Qualunque cosa cerchi la scarichi, confezionata e progettata perché funzioni nel modo migliore.

Sembra che entro pochi anni non cercheremo sul web quello che ci serve attraverso un indirizzo, facendo prove ed errori, trovando quello che non potevamo immaginare, magari per un caso. Ma saremo sempre più in un mondo di applicazioni che semplificano tutto. E che sono come i pullman che arrivano nel deserto di Taklamakan, percorrendo quella app che si chiama Tarim Desert Highway. Anche nei luoghi dove è scontato che ti perdi, anche nel deserto il cui nome vuol dire «se ci vai non ne esci più», ora puoi uscire tranquillamente, basta che segui una strada e paghi il biglietto per salire sul pullman.

Con le app la strada è già tracciata, vedi solo quello che è a portata di finestrino, e tutto sembra facile. Ma i sistemi chiusi sono utili anche perché permettono grandi guadagni. Perché le app si comprano, e se sono a gratis sono piene di pubblicità. Per cui leggerai le news, troverai le informazioni utili e intanto ti appariranno dei banner di un’agenzia di viaggi, oppure di un un nuovo modello di auto. Conviene molto chiudere gli spazi sconfinati e anche inospitali del web per renderlo una facile autostrada. Ma cosa resterà della nostra libertà di viaggiare negli spazi di internet? Quanti tesori ci perderemo navigando attraverso le applicazioni dei tablet e smartphone? È difficile dirlo. Tutto sarà più semplice, e tutto sarà meno libero. Sapremo sempre dove andare e come muoverci, ma non sapremo più perderci. E perdersi è quasi sempre il modo migliore per ritrovarsi.

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