Carver CountryGli scrittori hanno sempre avuto rituali, almeno fino a quando la scrittura è stata fisica. Li hanno avuti fino a quando usavano una penna che graffiava la carta, oppure quelle macchine per scrivere che battevano il tempo del pensiero, e imprimevano lettere di inchiostro sui fogli. Per decenni gli scrittori hanno avuto un luogo dove pensare, una finestra, spesso una sola, dove guardare. Le macchine per scrivere portatili non erano molto diffuse, e la scrittura era fatta di oggetti che diventavano comuni. Le risme di carta, il bianchetto che cancellava le parole sbagliate, la carta carbone per fare delle copie. E poi i suoni: il ticchettio della macchina, che poteva anche essere un rumore forte, il rumore del rullo quando facevi entrare il foglio nuovo, e lo facevi scorrere fino ad allinearlo, il suono del campanellino quando arrivavi a fine riga. Quel gesto di prendere la pagina appena scritta e guardarla un attimo prima di appoggiarla sulla scrivania o riporla in una cartellina con soddisfazione. Tutto questo è fisicità della scrittura: fisicità delle sigarette, per chi fumava, del bicchiere di whisky, o della tazza da te. La fisicità dei libri attorno, quelli che ti servono per quello stai scrivendo.

Racconto questo perché nel leggere Carver Country mi sono emozionato e ho ripensato alle scritture non silenziose di un tempo, al rapporto che hanno gli scrittori con i luoghi, con i panorami, con gli oggetti e con le cose. Carver Country è un libro illustrato pubblicato da Einaudi (pp.200, 26 euro). Il sottotitolo è: Il mondo di Raymond Carver. I testi sono di Carver, naturalmente, le foto di Bob Adelman, e la postfazione porta la firma dell’ultima compagna del grande scrittore: Tess Gallagher.

È un bellissimo libro. Pieno di poesia. Non solo perché ci sono molte poesie di Carver pubblicate, oltre ai suoi ricordi, e alla storia dei luoghi, delle case, dei posti che ha frequentato. Ma perché le foto di Adelman sono un altro modo per raccontare la letteratura, una letteratura che oggi non c’è più. Siamo nel 1982, Adelman va a trovare Carver perché vuole fare un servizio fotografico per la rivista “Life”. Nasce un’intesa, e Adelman si rende conto che il lavoro potrebbe essere più esteso e più approfondito. Che non si tratta solo di fotograre l’autore di Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, ma i suoi luoghi, le persone che conosce, i familiari, le automobili, gli oggetti. Ne viene fuori un libro, testi di Carver foto di Adelman. Tutte rigorosamente in bianco e nero.

Le emozioni di questo libro sono tante. La prima è scoprire che Carver è stato un grande scrittore, ma ancor di più un poeta straordinario. La seconda è una forma di vera nostalgia. La nostalgia per la scrittura fisica, per la scrittura che diventa il macete con cui ti fai largo nella foresta della vita. Tutti sappiamo quanto l’esistenza di Carver sia stata densa di difficoltà, soprattutto economiche. Un uomo nato povero che ha fatto mille lavori, anche faticosi, ritagliandosi gli spazi per scrivere dove poteva e come poteva. La sua letteratura, la sua scrittura è simile al lavoro che faceva, ancora sconosciuto, nelle segherie, la sua letteratura è fatta della materia mostrata da quelle fotografie. E più vedi in Carver una scrittura forte e autentica, più capisci che viene dalla sua vita, che viene dal fatto che per lui, eccetto forse gli ultimi dieci anni della sua vita, la letteratura non è mai stato un mestiere, perché la vita non è un mestiere. E se la vita è letteratura, beh allora, non è cosa per letterati.

Non è cosa per letterati neanche questo libro. Non è cosa per gente ormai rassegnata al suono gommoso delle tastiere dei computer, al silenzio degli schermi azzurrini, ai libri e alle informazioni che arrivano sullo schermo, alle scrivanie sgombre di tutto. Chi ha letto Carver riconoscerà luoghi e oggetti, pensieri e parole già pubblicati, ma saprà commuoversi di fronte alla forza e alla felicità di far diventare la vita maestra di letteratura, e non viceversa come ormai accade troppo spesso. L’ultimo frammento del libro sono in un certo senso le sue ultime parole poco prima di morire: «E hai ottenuto quello che volevi da questa vita, nonostante tutto? Sì. E cos’è che volevi? Potermi dire amato, sentirmi amato sulla terra». Lo ha ottenuto: a 25 anni dalla sua morte Ray Carver resta ancora amatissimo su questa terra sempre di più.