Ieri mi sono emozionato. Scorrevo sul mio profilo di Facebook le notizie dei miei amici e ho trovato un post di mio figlio Andrea. Era una citazione da un mio libro di dieci anni fa, il libro sulla musica che gli avevo dedicato: «Caro Andrea, io penso che oggi la musica sia l’ultima forma possibile di verità», diceva la citazione. E leggendo questo post mi sono chiesto in che modo il web entra nella nostra vita intima. Come l’amore, i rapporti padre e figli, l’amicizia diventano pubblici, e da pubblici tornano privati.

Negli ultimi anni ho letto molti libri di Georges Simenon, per scrivere Betty il mio nuovo romanzo che uscirà a settembre. In molti romanzi dello scrittore belga ci sono finestre: finestre piccole e grandi, finestre di quel Nord Europa dove d’inverno fa buio presto, dove la nebbia copre i sogni, le speranze ma anche le paure. E Simenon – e non solo lui, basti pensare a Hitchcock – ha raccontato vite immaginate da una finestra di fronte. Tutti abbiamo sognato di capire cosa accadeva nel palazzo accanto. Abbiamo fantasticato su una finestra che si accendeva sempre alla stessa ora, abbiamo fatto ipotesi su ombre che la attraversavano, abbiamo visto spicchi di stanze che mostravano un frammento di scrivania, un divano, delle sedie, magari un quadro. Abbiamo intravisto pezzi di stanze, persone che si affacciavano, carte da parati, luci soffuse. Abbiamo immaginato nomi di sconosciuti, e abbiamo visto dialogare persone nel silenzio, senza poter capire le parole, ma studiando i gesti, i movimenti per sapere se erano discussioni animate o affettuose.

Ma oggi nessuno guarda più le finestre accese, neppure per un attimo. Oggi tutti guardano un’altra finestra accesa, che è un monitor: dove le immagini non sono sfocate, e dove le parole si leggono e non si ascoltano. Mio figlio Andrea ha scritto una mia frase sapendo che l’avrei letta. Ma non mi ha mandato una lettera privata: ha condiviso con tutti i suoi amici quella citazione. Non mi ha inviato un messaggio: ha raccontato in pubblico un sentimento, una comunanza, un rapporto.

Tutto questo non si può interpretare attraverso un vecchio filtro, sarebbe inutile. Perché i vecchi filtri prevedevano soltanto due modi sentimentali ed emotivi: il pubblico e il privato. Il pubblico riguardava il lavoro, il proprio ruolo sociale, la disponibilità a mostrare una parte di se stessi interessante per gli altri. Il privato era invece per gli amici, le persone care, i familiari. Prima c’erano solo il bianco e il nero, senza i grigi.

MUSICA DI VERITÀ. Il web ha polverizzato i confini e ha inventato un nuovo privato: diverso da quello del passato. Ma sarebbe un errore dire che ha reso pubblico quello che un tempo era privato. E ancora più banale sarebbe sostenere che il web ha spostato il privato più in là, riducendolo. Non è così. È mutato il concetto di privato, si è trasformato, si è fuso alle alte temperature prodotte dalla velocità, dalla continua connessione, dallo scambio, dai mille stimoli che arrivano ogni giorno. Il mio rapporto con mio fglio, che ha 17 anni, non passa sempre da Facebook, e per molte cose si mantiene privato. Ma ora ha anche bisogno di significati condivisi, di gesti che diventano diversi proprio perché sono su un social network e non restano nel chiuso di una stanza.

Ieri ho capito il suo messaggio. Anche per lui, che vorrebbe fare il pianista, “la musica è l’ultima forma possibile di verità”. E come me lo hanno capito tutti quelli che hanno letto quella frase, cliccando mi piace. E ogni nuovo commento a quel post sarà uno stimolo e una piccola ricchezza per lui.

Ma non posso fare a meno di pensare a quelle finestre del palazzo di fronte che guardavo da bambino. A quei movimenti sempre uguali, a quelle luci che si accendevano e si spegnevano a ore diverse. E immaginavo vite che non erano mie. Oggi le mie finestre nella notte sono diventate i miei sentimenti. Ma la magia resta la stessa.

@ Sette del Corriere della Sera