Claude Debussy era uno strano compositore. Le sue opere per pianoforte sono inafferrabili, difficili da suonare perché la fusione delle note, i pianissimi, non sono scritti con esattezza nella partitura, ma lasciano a chi li esegue un margine ampio di libertà. I Preludi di Debussy sono un capolavoro di ambiguità, e allo stesso tempo sono il racconto in forma di musica di quell’epoca, gli anni a cavallo tra Ottocento e Novecento, in cui Debussy ha lavorato e vissuto. Lui componeva ispirandosi ai pittori impressionisti, ma anche alla poesia del suo tempo, cominciando da Paul Valery. E la musica era il collante di tutto questo.
Stava cambiando tutto: la pittura si allontanava sempre più dall’arte figurativa, la musica abbandonava il romanticismo e il postromanticismo anticipando i compositori contemporanei, il romanzo si lasciava alle spalle la tradizione per andare quasi a dissolversi nello sperimentalismo di Joyce e di Proust. E il cinema si imponeva come nuova arte accanto alla fotografia.
Oggi sta accadendo la stessa cosa. Ma in pochi ci fanno caso. Si parla molto di rivoluzione tecnologica, e troppo poco di rivoluzione culturale. Entro pochi anni non saremo più capaci di raccontare una storia, nel senso tradizionale del termine. Una storia che ha un principio, uno svolgimento e una fine. Se questo accadrà sarà perché il mescolarsi dei generi ci sta portando a narrazioni dove non prevale la linearità, ma la circolarità, la contaminazione, l’uso di linguaggi diversi nello stesso testo.
Cos’è una storia? È un’esperienza estetica. Si apre un libro e si comincia a leggere, si scorrono le pagine e si entra nel racconto, si rimane sospesi, appassionati, colpiti. Siamo stati abituati fin da piccoli a raccontare, a mettere su una linea del tempo quello che ci accade. Si dice spesso, quando si pensa di arrivare in fondo ai problemi: spiegami tutto dall’inizio alla fine. E quel “dall’inizio alla fine” è garanzia di completezza.
Oggi siamo passati dal mondo verticale al mondo orizzontale. Si potrebbe dire: spiegami tutto quello che c’è intorno. Ma cosa c’è intorno? Debussy componeva con i quadri degli impressionisti negli occhi, Valery pensava alla musica mentre scriveva le sue poesie. Gli artisti della fine dell’Ottocento che sentivano arrivare i tempi moderni tenevano separati i saperi, e li confrontavano. Restavano dei singoli artisti, capaci di esprimersi con propri mezzi e strumenti.
Ormai assistiamo a eventi che sono mescolati: fotografia e poesia, video-arte e scultura, letteratura che si serve di immagini, o di installazioni, film per il cinema che seguono percorsi di altre arti. Libri che si possono leggere a ritroso, dalla fine. E saranno i nuovi ebook a fare la differenza: quando si potranno inserire nei testi brani musicali da ascoltare, spezzoni di film, documenti che non arricchiscono e completano il racconto, ma sono parte integrante della struttura del testo. Questo, ad esempio, porterà gli scrittori a pensare e progettare le proprie opere in modo nuovo. E non soltanto salteranno i generi, ma il libro diventerà un’altra cosa.
Siamo in un periodo storico molto simile a quello che cambiò il mondo alla fine dell’Ottocento. Ma con delle differenze. A quei tempi i cambiamenti erano appannaggio di élites culturali. E non erano entrati nelle psicologie collettive. Oggi le élites sono conservatrici e tradizionaliste e non sanno leggere i tempi. E si trovano di fronte a nuove generazioni estremamente innovative ma che non hanno la forza per imporsi come élites.
Ci siamo sentiti ripetere fino allo sfinimento da giovani papà increduli: mio figlio non sa ancora leggere ma è già capace di scaricare applicazioni o video da youtube. Non è solo una battuta, non è solo lo stupore della modernità. È un nuovo modo di pensare. È una rivoluzione culturale, prima che tecnologica. Dovremmo scrivere, raccontare, fare arte e produrre immagini in modo diverso. La frase del Gattopardo, tutto cambi perché nulla cambi, resterà un modo di dire. Di un tempo che non ci sarà più.

© Sette del Corriere della Sera