Leggo dappertutto vera indignazione e ironia sulla battuta del pianista Giovanni Allevi su Beethoven. Allevi dice: «Beethoven non aveva ritmo», e dicendo questo dimostra quello che sappiamo da tempo, ovvero che Allevi di musica sa poco o niente. E ha voglia di provocare. Non bisognerebbe indignarsi per le provocazioni ma semmai per la sfortuna di vivere in tempi culturalmente vuoti dove l’unico modo per farsi notare è dire stupidaggini. Domani qualcuno ci dirà che Dostoevskij non conosceva il congiuntivo. O un aspirante artista spiegherà che Van Gogh non sapeva nulla del colore giallo, e non sapeva scegliere i pennelli giusti.
Un tempo la provocazione, il confronto con i grandi, il «salire sulle spalle dei giganti,» come si diceva, era un modo di vedere meglio, di avere più orizzonte, di capire. Oggi siccome sono tutti nani, non si può far altro che abbassare i giganti perché salirci sulle spalle sarebbe un’impresa impossibile.
Non ho mai avuto il culto degli intoccabili, anche i classici possono essere messi in discussione. Ognuno di noi ha compositori che ama, e compositori che sopporta poco. Ad esempio io non ascolto e non suono volentieri Schumann. Perché? È qualcosa di epidermico. Come non leggo con la passione necessaria Flaubert. È una grande scrittura, però non è il mio autore. Gli preferisco tanti altri. Ma quando Allevi dice che Beethoven non ha ritmo ammicca all’ignoranza, la mostra, chiede complicità sul vuoto.
La musica contemporanea è assassinata proprio da quello che Allevi chiama ritmo, ovvero dallo scandire netto, privo di sfumature, tipico di un certo modo di usare le percussioni, di pensare il tempo musicale. Tutta la musica classica ha ritmo, ma non è il ritmo della musica commerciale, ovviamente. Beethoven il ritmo ce l’ha eccome, e forse Allevi dovrebbe ristudiarselo nota per nota, gli farebbe bene. Lui potrebbe farlo se volesse. Quelli che ascoltano le sue sciocchezze invece sono indifesi. Diranno: Beethoven non ha ritmo. Poi risenti il primo movimento della Patetica e capisci che il ritmo è perfetto, come un orologio. Ma per fare questo bisogna capire. E per capire bisogna entrare nelle cose. E non può essere un privilegio di pochi, dobbiamo allargarlo, renderlo comprensibile a tutti.
Per questo mi indigno con quelli che fingono di rendere popolare la musica, ma in realtà chiudono la porta a coloro che potrebbero capirla meglio ed amarla. Allevi è colpevole di questo. Cavalca il nulla, gioca all’artista svagato, incarna tutti i luoghi comuni del musicista eccentrico. Senza il talento dei veri musicisti.
E la colpa è di tutti quelli che hanno inventato casi, fenomeni, scrittori, geni della musica, artisti che non avevano peso e valore. E lo hanno fatto per moda e per debolezza, ma soprattutto perché proni a un’industria culturale capace di manipolare i media per ragioni bieche di marketing. Il risultato è quello che abbiamo sotto gli occhi. Il degrado morale del nostro paese non è altro che un degrado culturale. Che procede, questo sì, a un ritmo vertiginoso.

Il sogno di scrivere Cotroneo