SchneckMolti credono che dentro la scrittura ci sia verità. Dentro la scrittura in sé, intendo e non in quello che si racconta. Come se le parole avessero un potere indipendentemente dalla storia raccontano, dal libro in cui entrano a far parte. Sono convinto che in qualche caso possa essere così. Nella scrittura di Samuel Beckett c’è tutto questo. Importa poco la narrazione, e sono le parole a diventare altro, a prendere consistenza. Accade ancora più spesso con la poesia, dove non sempre c’è narrazione, e i suoni, le allitterazioni, le singole parole prendono un peso determinante.

Credo che la fiducia cieca nella parole, e nelle figure retoriche dentro i testi, abbiano influenzato non soltanto la letteratura degli ultimi vent’anni, ma tutta la scrittura. Portando il romanzo verso una sorta di prosa poetica che nei casi più riusciti può essere di rara bellezza ed entusiasmante, e nei casi meno felici può risultare irritante e sterile. Ma è ancora vero che qualsiasi storia raccontata, anche la più profonda e la più intensa, ha bisogno di parole per dirla. Le parole di Colombe Schneck, per entrare subito nel merito, mi hanno sconvolto. E il suo Le madri salvate (Einaudi, pp.129, 17 euro) è un libro da brividi. Nel senso vero del termine. Perché è un libro straordinario nella sua assoluta semplicità, e vertiginoso nella storia che racconta.

Colombe è una giornalista francese di origine ebraica. Questo libro è la storia di una famiglia di ebrei lituani, in parte deportata e morta nei campi di concentramento nazisti. Un giorno Colombe, incinta del secondo figlio, decide che chiamerà Salomé la figlia che ha in grembo. Le torna in mente che la madre, scomparsa da alcuni anni, le aveva chiesto di dare quel nome a una sua bambina. Perché Salomé? Forse è arrivato il momento di capire e indagare. Inizia un viaggio dell’autrice alla ricerca delle sue radici. Un’inchiesta che deve scogliere un dubbio e un mistero.

Mary, la bisnonna dell’autrice, aveva quattro figli: Ginda, Raya, Masa e Nahum. Ginda, la nonna di Colombe emigra in Francia negli anni Venti e si salva. Mentre Mary con tre dei suoi figli viene deportata nel 1943 nel ghetto di Kaunas. E assieme a loro sono deportati Salomé, la figlia di Raya di sette anni, e Kalman, il bimbo di soli tre anni di Masa. Raya e Masa tornano vive, ma i loro due figli no. Muoiono con la nonna. Come è possibile, si chiede Colombe? Le madri con figli piccoli venivano eliminate subito, perché considerate inadatte al lavoro. E venivano uccise assieme ai loro figli. Cosa è accaduto davvero?

Colombe arriva a scoprire la verità: la nonna, prende per mano i due nipoti come fossero i suoi figli e va a morire al posto di Raya e Masa. Lo fa perché la vita quando può deve continuare, perché tutto ricomincia sempre. Anche se si ha una sensazione di sgomento a pensare a due madri che non vogliono morire con i propri figli.

Finita la guerra, tornate dai campi di concentraento, Raya e Masa si risposano, si innamorano di nuovo, hanno altri figli. Colombe va a parlare con i figli, e i figli dei figli. E cerca di capire questa storia. E mentre la nonna di Colombe si chiude in un silenzio colpevole per essersi casualmente salvata dal ghetto di Kaunas, capisce cosa sia la forza della vita, capisce il motivo per cui sua madre le aveva chiesto di chiamare la propria bimba Salomé, capisce la vita e la morte quando coesistono davvero, e passano nelle nuove esistenze: nella storia di queste prozie che non hanno mai smesso di parlare di futuro, che non hanno mai smesso di progettarsi, di essere attive, nonostante il dramma, nonostante il sacrificio innaturale di salvarsi al posto dei loro bambini.

È un libro imperdibile questo della Schneck. Per  una scrittura di una limpidezza e di una linearità esemplare, perché le parole qui, non devono significare niente di più di quello che sono. Perché i sentimenti, le emozioni ruotano attorno a questa storia come dei pianeti in orbita a un racconto che illumina come un sole e spiega quanto le parole possano guarire, e rivisitando il passato possono riaprire il futuro.