Com’era Italo Calvino quando lavorava come editor alla casa editrice Einaudi? Il critico Guido Davico Bonino lo ricorda severo, attento. Scriveva appunti con una calligrafia irregolare, spaziando molto le righe, utilizzando il retro delle bozze dei libri. E se quello che scriveva non lo convinceva accartocciava e buttava nel cestino. Ma quando trovava un verbo giusto «che lo appagasse era capace di alzare il capo dalla scrivania, abbandonarlo all’indietro e lasciar trasparire dal volto un’infantile sazietà».
Siamo nei primi anni Sessanta, l’editoria era questo. Era un continuo scambio, un dialogo serrato tra autori ed editori. Pronti a discutere su ogni dettaglio dei testi, sui progetti di libri. Un campo seminato di cose. E spesso anche il corpo, come racconta Davico Bonino, aveva la sua importanza. Chissà quali erano i verbi e le parole che facevano abbandonare il capo all’indietro a Calvino.
L’editoria è ancora questo. Resta un mondo artigianale, di scambio. Pubblicare non è un atto tecnico, non è un tasto su un computer: è una consapevolezza, è il risultato di una continua mediazione tra autore ed editore. È una battaglia in atto dove i due contendenti si  combattono lealmente. E dove editare un testo è una tregua armata. Un punto di arrivo complesso.
Ma il web ha cambiato il concetto del pubblicare. Il self-publishing sarà una rivoluzione, perché chiunque, con pochi passaggi, potrà pubblicare un libro, metterlo in vendita su Amazon, la più grande libreria del mondo, e ricevere anche i diritti. Quel lavoro editoriale che portava alla pubblicazione, quel continuo ripensare alle righe scritte, confrontarle, guardarle in trasparenza come si fa con le radiografie è destinato a sparire. Quei contatti con i propri editor mentre il lavoro è in corso, che possono cambiare la direzione di un testo, che posso anche far rinunciare a un progetto per sceglierne un altro, potrebbero diventare un ricordo lontano.
Oggi si scrive, si converte il file con il computer, lo si trasforma in un ebook. Non c’è nessuno a contaminare il cammino dei nuovi autori. È una strada che assomiglia a certe strisce d’asfalto nei deserti degli Stati Uniti. Non incrocerai nessun’altra macchina, non avrai bisogno di fare il pieno, al massimo potrai chiedere consiglio a qualcuno.
Solo che al lavoro editoriale non bastano i consigli o i pareri. Il lavoro editoriale è una scuola di vita. È il sorriso di Calvino quando cerca la parola giusta, è l’entusiasmo di Bassani quando si trova in mano Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa e comincia a lavorare all’editing. È la meraviglia di Gian Giacomo Feltrinelli quando mostra fiero ai suoi lettori Il dottor Zivago o Cent’anni di solitudine. Il lavoro editoriale è Leonardo Sciascia che legge i racconti che uno sconosciuto Alberto Bevilacqua gli aveva mandato. Parte, va a Parma, e si presenta a casa sua: «Me lo trovai seduto in cucina che chiacchierava con mia madre», ricorderà Bevilacqua con stupore.
Le strade dei deserti sono affascinanti, suggestive, e possono emozionare. Ma rimangono deserti, luoghi dove non c’è vita. Il self-publishing permetterà di arrivare in fondo a queste strade, ma lasciandosi dietro il nulla, il silenzio, e nessuna percezione delle distanze e del proprio valore. E se questo diventerà il modo più diffuso di pubblicare si perderanno gli editor, si perderanno le riunioni editoriali, le virgole corrette, le parole che non vanno, la caccia all’errore nel testo. E rimarrà un senso di indifferente onnipotenza.
Se il self-publishing si imporrà, nessuno si preoccuperà di scoprire nuovi libri, saranno tutti impegnati a leggere e pubblicare se stessi. Ognuno nel proprio deserto, come fossero universi paralleli, sperando di uscirne, di tornare nel mondo: in cerca di domande, di dubbi, di una qualche luce nelle solitudini degli scrittori del futuro.

© Sette del Corriere della Sera