James Hillman è uno di quei miracoli che la cultura può fare. Nel senso che ci sono autori che hanno un pubblico appassionato, ma che non sono mai andati in direzione del pubblico, non hanno mai ammiccato al semplicismo culturale di questi anni, non sono mai stati autori attenti al successo pronti a sacrificare serietà e profondità per qualche copia in più. Gli autori come Hillman illudono, perché danno la sensazione che le masse di lettori non siano composte soltanto da gente che vuole libri semplici, testi facilmente leggibili, ma che c’è un nodo da qualche altra parte per cui anche i semplici, anche quelli che hanno una cultura incerta e si rivolgono a libri e letteratura di consumo, riescono a intuire, a capire i libri importanti, i libri che fanno la differenza rispetto alla massa di testi che pubblicano gli editori.
Psicologia alchemica (Adelphi, pp.443, 35 euro) di Hillman è un libro di questi. Testo finale di uno psicoanalista che partendo da Jung ha compiuto un percorso affascinante anche se non sempre condivisibile. Testo che tiene conto soprattutto dell’ultimo Jung, quello che potrei chiamare lo Jung alchemico. Ora, finalmente Hilman mi ha fatto capire il perché di certe scelte del grande psicoanalista svizzero, il perché della sua ossessione per la materia, per l’alchimia, e per quello che in modo molto superficiale potrebbe essere definito esoterismo. Ho amato Jung fino a un certo momento del suo percorso. E con gli anni mi sono convinto che l’analisi junghiana sia un’esperienza travolgente, perché chiede al mondo di interessarsi a noi, mentre l’analisi freudiana mette noi al centro del mondo e chiede a noi di capire quello che ci accade attorno. Jung è fino a un certo punto della sua vita puntuale e lucidissimo. Poi diventa alchemico, arcaico, apparentemente incomprensibile.
Ma se volete capire il perché sia accaduto questo dovete cominciare a leggere questo saggio. Hillman prende per mano il lettore e lo porta fino al punto ultimo della consapevolezza. Sa bene come scardinare luoghi comuni, credenze, e quel primato della ragione e della logica che spesso è solo un alibi. È vero che questo è un libro che racconta un altro modo per immaginare le proprie idee e le proprie convinzioni, fino ad arrivare a mettere in discussione il nostro orizzonte e il nostro modo di vedere il mondo.
È suggestivo poter ridefinire l’alchimia non come una pratica per apprendisti stregoni, ma come un ritorno alla materia, una nuova capacità di trovare i fili che tengono insieme la nostra psiche con il mondo che ci circonda. La verità di una psiche che non può bastare a se stessa, e che non è soltanto logos, parola, ragione. Ma ha bisogno essenzialmente di riunirsi con la terra e con il cielo. La visione della volta azzurra di cui parla Jung.
Libro difficile eppure mai faticoso, questo di Hillman: talmente intenso da richiedere una lettura lenta, meditata, densa. Capace di stupire pagina dopo pagina. Libro che potrebbe diventare un long seller sotterraneo, come lo è stato (e lo è ancora) Il codice dell’anima. E aprire mille domande sui luoghi comuni della cultura e dell’editoria. Se questo libro andrà bene, e me lo auguro proprio, vorrebbe dire che si possono pubblicare libri intensi e difficili, seri e documentati. Per fare questo bisogna invertire la tendenza. Non andare verso i lettori, non concedergli alibi, regalando testi semplici e privi di spessore, ma attirare i lettori più semplici verso libri complessi. E se i libri complessi hanno ragion d’essere faranno il loro cammino in libreria. Vale per tutto, non solo per la letteratura: vale per il cinema, per la televisione, per l’arte. Va smentito quell’ossimoro insopportabile che è il marketing culturale. E va smentita l’idea che popolare ed elitario siano i due estremi opposti del pendolo di questa contemporaneità. Talvolta elitario e popolare convivono. Come l’anima di Hillman e la pietra alchemica di Jung. Come la terra e il cielo