Walter Benjamin si lamentava che nella nostra cultura manca una storia del sogno, nessuno l’ha mai scritta.  Rimane un sogno anche la storia del sogno. Perché pensiamo ancora che il sogno, il lato onirico della vita, è una questione privata, un affare personale, una chiave utile per aprire soltanto la propria porta di casa. Poi però succede che sogniamo sogni di altri, ci navighiamo dentro, come un mare misterioso, ci viaggiamo come in una ferrovia antica, di inizio secolo. Ci fermiamo esitiamo, e talvolta ci prendiamo il lusso di mescolare i sogni altrui con quelli nostri. Questo è il portento del sogno, quando ti arriva improvviso come un vento di Mistral o di Scirocco, e cambia il cielo della tua vita, mette in movimento nuvole bianche che sembravano dipinte per quanto erano ferme. Si sogna il passato, e si sogna l’inconoscibile. Ho sognato il deserto di Taklamakan l’altro giorno, ho sognato quel deserto che non ho mai visto. E ci sono persone che abitano di fronte al mare, lo guardano ogni giorno dalla finestra, e continuano la notte a sognare il mare. Ci sono quelli che sognano guerre e battaglie di secoli prima, visi che esistono in qualche luogo di cui nessuno sa nulla. E i sogni dei bambini, e i sogni dei cani quando dormono e piangono nel sonno.