Dov’è la differenza? In letteratura si possono avere due pesi e due misure? Esistono modi di raccontare adatti a certe culture e non ad altre? Non è una domanda da poco. E per recensire il libro di Audur Ava Ólafsdóttir devo partire da questo. Da sempre il mondo letterario viene considerato in maniera uniforme. Ogni lingua ha una sua letteratura certo, e ogni letteratura ha una sua storia, ma i principi e i valori sono comuni. A un giovane scrittore si chiede di leggere bene i classici. E i classici sono Moby Dick come Delitto e Castigo, sono I Promessi sposi come Narciso e Boccadoro.

Parliamo di autori in lingue diverse, di epoche diverse e di luoghi diversi. Ma ogni autore non mostra tanto la sua diversità quanto la sua omogeneità a quello che chiameremmo il canone. Il filosofo Camus non è il vitalista Hemingway, il melanconico Proust non ha molto a che fare con il labirintico Borges. Ma poco importa. Nel libro delle narrazioni queste differenze diventano consonanze, sono corde differenti di un unico strumento, che risuonano una con l’altra. E il segreto per chiunque cominci a scrivere, ma anche per i lettori, è accordarsi allo strumento, scegliendo la corda o le corde preferite.

Poi certo, più le culture erano diverse e lontane e più si faceva eccezione. Certi racconti della letteratura giapponese, il modo di narrare degli africani, l’eccentricità della cultura indiana. Ma in modo sotterraneo, senza dirlo apertamente, non veniva considerata letteratura quella, ma qualcosa di un po’ diverso, anche se importante. Perché la tradizione era nostra, occidentale, europea, atlantica, con qualche concessione ai latino americani.

Ma il libro della Ólafsdóttir riapre il problema in una chiave completamente diversa. La donna è un’isola (Einaudi, pp.261, 18 euro) non è un libro che mi entusiasma. Nel senso che io soffro molto gli autori cavillosi, quelli che raccontano ad alta definizione, per intenderci; non dimenticando nulla, entrando nel dettaglio, dilungandosi su cose che forse io avrei tagliato. Ma questa autrice islandese è decisamente brava. E decisamente strana. Mi fa pensare alla musica nordeuropea degli ultimi vent’anni. Mi fa pensare che le culture altre, quelle dei luoghi di confine della terra, stanno fuori dalle regole, hanno spezzato quello strumento a corde di cui si parlava perché ne possono davvero fare a meno. Così il racconto intenso, anche se un po’ lungo, di questo viaggio appassiona. È il viaggio di una giovane traduttrice e di un ragazzino che le è stato affidato per un’isola che assomiglia all’Islanda, un cammino che man mano si fa scambio, confronto e comprensione del mondo.

Si tratta di una letteratura straniante, direi o – per usare un termine che tra i critici non è frequente – fuori dai giochi, oltre i nostri punti di riferimento. In questa autrice non riconosco letture simili alle mie. Non ammicca, non cela e svela riferimenti della tradizione letteraria che mi possono aiutare, come fossero dei cartelli stradali. Non sta nel paradigma della letteratura. E addirittura termina il libro, come parte di testo vera e propria, con 47 ricette di cucina e una scheda per fare le calze di lana ai ferri. E queste ricette non sono un’appendice, sono il romanzo, perché vengono esposte in forma narrativa, letteraria.

Cosa devo dire? Che sarà sempre più così. Che a testi come questo ne seguiranno altri. Che gli strumenti a corda, gli strumenti tradizionali del romanzo, stanno per essere sostituiti con altro. Con sintetizzatori elettronici, con suoni della natura rielaborati, con pensieri che non appartengono al modo di ragionare degli scrittori, ma al modo di ragionare di persone che stanno in un mondo capovolto. Forse per recensire libri come questo ci vorrebbero critici diversi. E non si dovrebbe avere paura di dire che un giorno può esistere una letteratura che farà a meno di Melville e di Tolstoj.