Quando ero bambino avevo la passione per quelle bocce di vetro con l’acqua dentro che quando le agitavi simulavano la neve. Erano magiche. Dentro c’era la torre Eiffel, o anche il Colosseo o il duomo di Milano. Alle volte contenevano anche un carillon, e quindi mentre vedevi scendere i piccoli fiocchi bianchi sentivi anche la musica. Ne avevo una con il tema del Dottor Zivago e la torre Eiffel. Quando andai a Parigi per la prima volta, anche se ero bambino, di fronte alla torre Eiffel ebbi la sorpresa di tutti: un colosso gigantesco di ferro che non aveva niente a che fare con il mio carillon e con la neve che si agitava nella boccia di vetro che tenevo nella mia stanza. L’esperienza visiva era decisamente distinta. Anzi. L’esperienza visiva della Parigi che avevo avuto da bambino, con i libri e le fotografie del Louvre o di Notre Dame, era propedeutica a quello che avrei visto. Prima si immagina e poi si vive.
Non ce ne rendiamo più conto, ma molti di noi hanno messo tutta la loro esperienza emozionale ed estetica in circa 45 centimetri quadrati di spazio piatto. Neanche tridimensionale: piatto. Questa è la media della misura degli schermi degli smartphone in commercio nel mondo. Lo sguardo è tutto là: in quei 45 centimetri ci stanno opere d’arte, ricordi, spezzoni di film preferiti, cover di album musicali, si può vedere il grand canyon e la vecchia fotografia di famiglia, le pagine di un libro che ci ha tenuto compagnia da sempre, e che vogliamo rileggere, e le mappe del mondo che ci servono. Tutte cose che non dovrebbero stare in quel piccolo spazio. Perché i film dovremmo vederli mentre ci invadono da un megaschermo del cinema, le fotografie che ci emozionano le vorremmo grandissime e l’aura dell’opera d’arte la cerchiamo in un museo. Persino le mappe e i mappapondi dovrebbero essere grandi. Da bambino possedevo l’atlante del Times, il più grande di tutti, mi ci stendevo sopra e con il dito univo i luoghi, seguivo le strade, come ci fossero davvero.
Oggi abbiamo capovolto la visione e dunque l’immaginazione. Non è l’infinitamente grande a farci sognare ma è la possibilità di immaginare le cose grandi in qualcosa che tendiamo a guardare da una distanza di 20 centimetri. Pochi, troppo pochi per generare un’esperienza. Ma non solo. La nitidezza delle immagini dà l’illusione di vivere le cose ancora prima di vederle creando un’esperienza compiuta, e non generando un’attesa. Quell’attesa per cui sogni New York sui libri di casa, guardi le foto dell’Empire State e non aspetti altro che vederlo. E quella foto non sarà nulla, se non un preludio rispetto alla visione reale.
La veridicità di quelle immagini in 45 centimetri quadrati crea una continua esperienza di cose che non abbiamo mai visto. E l’esperienza non è blanda, ma è forte intensa, quasi morbosa; come un’immagine vista da un buco della serratura.
Non c’è più neppure l’impatto e la sorpresa della visione. Molti di noi, prima di arrivare in un luogo, consultano Google Maps per orientarsi meglio, e studiano la strada dove si recheranno attraverso le fotografie. Non serve più guardare fuori. Basta scorrere le immagini sullo schermo. Ma gli schermi per essere portabili sono sempre più piccoli. E il mondo in questa maniera non è più attorno a noi, ma è dentro qualcosa che teniamo in una mano, che guardiamo da vicino, senza neppure dover muovere gli occhi. Tutto questo è più importante della realtà attorno a noi. Per questo abbiamo bisogno di condividere le cose che vediamo: diventano reali nel momento in cui possiamo mostrarle ad altri sotto forma di fotografia. E non ci sarà più il mondo che ci circonda, ma solo quello che possiamo tenere tra le mani.

© Sette del Corriere della Sera