Se negli ultimi trent’anni la malattia da curare era la depressione, per i prossimi venti sarà il narcisismo, che di per sé non è una malattia, non è una patologia, e fino ad oggi non ha portato a particolari drammi. Ma se non metteremo a fuoco quello che sta accadendo nell’era della rivoluzione digitale, diventerà una patologia invalidante, un’isteria moderna, capace di compromettere rapporti sociali, lavoro e  sentimenti.
Marshall McLuhan molti anni fa ha scritto: «una cosa di cui i pesci non sanno assolutamente niente è l’acqua».  Neanche noi sappiamo niente del mare digitale in cui nuotiamo, ma se partiamo da un fatto capiamo meglio quale sia il dramma. Nel mondo esistono miliardi di macchine fotografiche digitali, e circa quattro miliardi di telefoni con fotocamera.
Cosa accade se per il mondo girano miliardi di persone pronte a scattare tutto quello che vedono? Accade che il web si riempie di immagini, e lo sappiamo. Ma cosa succede se attraverso i quattro miliardi di cellulari le persone cominciano a fotografare se stesse e autopubblicarsi? Succede che la malattia narcisistica farà danni irreversibili. Questo è possibile perché i cellulari hanno fotocamere frontali. E se prima l’autoscatto era una pratica complicata, oggi è diventato un’abitudine.
Ma facciamo un passo indietro. Cos’era la fotografia un tempo? Una copia della realtà. Era reportage, giornalismo, ma era anche un modo per  identificarsi. Le foto sui documenti, o quelle segnaletiche ne sono un esempio. Un tempo si diceva: «non ci credo, fai una foto e mandamela». Forse era un modo ingenuo, ma abbiamo sempre pensato che le immagini stampate fossero una sorta di radiografia del reale.
Invece oggi la fotografia è più efficace quando riesce a documentare non tanto la realtà, quanto l’irrealtà. È fondamentale apparire come non si è, mostrarsi in un modo che stravolge completamente la fisionomia delle persone, dando agli autoscatti il potere di rendere tutti più interessanti: attraverso inquadrature, tagli, luci ed espressioni che falsicano la normalità. Si potrebbe obbiettare che la foto di moda è menzogna da sempre. Ma ha uno scopo commerciale. L’autoscatto narcisistico invece a chi serve? Al pubblico ignoto dei social network? E per quale motivo?
Il motivo è meno banale di quanto si pensi. Non è un modo per sembrare più belli di quello che si è, ma per darsi un’anima perduta. Attraverso un’immagine esprimere desideri, possibilità, futuri solo sognati. Attraverso elementi come lo sguardo, una maniera di stare in posa, l’uso di accessori come ad esempio gli occhiali da sole, c’è un modo di esorcizzare quel che non si è vissuto. C’è la speranza di diventare, per l’infinito istante dell’immagine, quello che si è sempre desiderato essere.
Le macchine digitali non sono l’evoluzione della vecchia fotografia analogica, sono un nuovo modo di guardare gli altri e noi stessi. La loro enorme diffusione ha ufficializzato questo narcisismo doloroso. Pubblicare sui siti e sui social le proprie foto è come dire a tutti: qui sono quello che vorrei essere davvero, questo è il mio  ritratto. E il desiderio di identità può arrivare al punto da raffigurarsi con il volto di una persona molto nota, attraverso un processo di identificazione. Su twitter, ad esempio, la foto eterea di Audrey Hepburn appare come immagine del profilo di migliaia di donne. Ed è un altro modo di farsi un autoscatto.
Questo narcisismo collettivo sottrae identità e nasconde se stessi. Non è un fedele specchiarsi nel ruscello ma è un ruscello sognato. E se quello che vorresti essere si sovrappone troppo a quello sei, restano solo immagini spezzate, vuoti a perdere, foto a margine di vite assenti. Resta un’anima cieca senza specchio, capace soltanto di mascherarsi il futuro.

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