Non ho ancora deciso se mi piacciono i libri di Antonio Skármeta. Oscillo ogni volta tra l’adesione incondizionata alla sua scrittura, e la diffidenza verso una semplicità che trovo inusuale, se non poco adatta a uno scrittore latino americano come lui. Ma in questa oscillazione capisco delle cose. La prima, la più immediata, è che mi piace leggerlo, mi rilassa seguire le sue storie (la stessa cosa mi accade con Sépulveda). I suoi libri hanno qualcosa di solare, di misurato. La seconda cosa che capisco è tutta nella scrittura e nel periodare di Skármeta. Lui è così, è tutto diverso dall’immaginario europei dei latino americani. Non c’è mai niente di troppo nei suoi libri, mai quel trasudare di realismo a cui ci hanno abituati autori come Marquez, o come Vargas Llosa, o ancora peggio i Borges, i Cortazar, o gli Amado e i Guimaires Rosa. Skármeta è un narratore semplice, allegro, sospeso. Asciuga le sue storie all’aria di Santiago del Cile, e non concede molto. La terza cosa che capisco è che i libri vanno sempre rivoltati come i vestiti. Controlli come sono fatte le cuciture, valuti il taglio, la stoffa, la qualità dei dettagli. E il colore lo lasci per ultimo.

I giorni dell’arcobaleno, appena pubblicato da Einaudi (pp.174, 19 euro) a dispetto del titolo non è un libro colorato. E non è un libro fosco. È il romanzo della liberazione dal regime di Pinochet, dopo il referendum che condannò il dittatore all’esilio. I personaggi principali del libro sono due: un vecchio professore di filosofia che viene portato via dalla polizia politica cilena poco prima del referendum, e viene portato via mentre sta facendo lezione a scuola davanti agli occhi di suo figlio (che è un suo alunno). E il più geniale pubblicitario cileno. L’uomo che guiderà e inventerà la campagna per il No a Pinochet. Convinto che l’impresa sia disperata, di fronte a un paese rassegnato e indurito da troppi anni di dittatura.

Vincerà il No, e il paese tornerà a vivere. Ma se racconto in questo modo la vicenda il lettore penserà a un libro drammatico, angosciante, duro. A un libro prima di tutto politico, a un romanzo che ti scaraventa dentro le logiche degli aguzzini, dentro le perversioni dei regimi, dentro la crudeltà della sopraffazione. Non posso dire che non sia così. Questi elementi non mancano nel romanzo, soltanto che sono scritti in un modo molto diverso da quello che ci si aspetterebbe. Tutto questo esiste, ma sul fondo corre una grande saggezza, persino una leggerezza consapevole nel raccontare queste storie. Persino Nico,  il ragazzino figlio del professor Santos, quello portato via dalla polizia, sa come come deve comportarsi, e fa quello che gli è stato chiesto di fare, senza drammi, e senza paura.

I giorni dell’arcorbaleno è il racconto di una rinascita, con una grazia, una leggerezza, e soprattutto un’ironia e una comicità che mi lasciano sorpreso, anche favorevolmente. Mi piace che si possa raccontare una delle più atroci dittature degli ultimi 50 anni con questo controllo del dolore, con questo distacco dalla rappresentazione della violenza, con questa leggerezza che fa assomigliare questo racconto a una favola persino. Se penso a Skármeta e lo metto a confronto con un altro scrittore cileno, Ariel Dorfman, vedo tutta la differenza, dove Skármeta sorride, Dorfman invece non riesce a staccarsi dal dolore, dove Skármeta è ironico e persino comico, Dorfman ti arriva nell stomaco lasciandoti un vuoto profondo. Facendo paragoni di altissima letteratura. Uno è Cervantes (Skármeta) e l’altro è Kafka (Dorfman).

I cieli di Skármeta sono cieli leggeri. La sua terra latino americana non è una terra di sangue, è una terra che ha un futuro. Il suo racconto non nega la tragedia, ma volta pagina. Provando persino a sorridere. Forse gli preferisco Dorfman, quando racconta del dolore di quella dittatura, il dramma di non essere mai riusciti a dare una sepoltura a tutte le persone che scomparvero in quegli anni. Ma non posso negare che ho passato molte ore piacevoli e allegre leggendo questo singolarissimo scrittore.