Non credo che Steve Jobs sia stato molte volte a Roma negli anni in cui è vissuto. E dubito che si sia spinto fino al Colle Palatino per visitare la chiesa di Santa Maria Antiqua. Anche perché negli ultimi trent’anni è rimasta chiusa ai visitatori, e solo da pochi mesi è visibile. Ma oggi sarebbe un viaggio interessante per tutti quelli che progettano software, applicazioni e in generale contenuti per computer, tablet e telefonini. Ora, cosa centra una chiesa del VI Secolo, ricca di meravigliosi cicli pittorici bizantini, con dei signori che lavorano su tutt’altro?
Nel giugno del 2013 Apple ha tenuto il suo annuale WWDC a San Francisco. In quell’occasione ha presentato il sistema operativo iOs7 e tutte le novità dell’azienda di Cupertino. Ma quella volta Apple indicava una direzione che non era solo tecnologica ma era filosofica, e che resta un punto fermo ancora oggi.
Apple ha abbandonato lo scheumorfismo. Che cos’è lo scheumorfismo? Detta in modo semplice: è il simulare nei dispositivi digitali le forme e gli oggetti del mondo reale. Dunque il bloc notes degli appunti sul cellulare avrà le caratteristiche di quello vero, l’agenda telefonica sarà in tinta cuoio, e la macchina fotografica del telefono simula il suono dello scatto. Perché è stato fatto questo? La risposta più banale e diffusa dice: per abituare i non nativi digitali alla digitalizzazione del mondo. Un passaggio morbido dall’analogico al mondo delle applicazioni.
Ma in realtà non è così. I nativi digitali non sanno di essere digitali. E quelli nati e cresciuti in un mondo analogico sanno distinguere: non ritengono che un pulsante su un dispositivo touch sia uguale a un pulsante vero, di quelli da premere. E allora? Allora è un problema filosofico, pittorico, artistico. Lo scheumorfismo è stato un rifugio, per evitare di entrare troppo velocemente in un mondo dove il reale è simbolico, e dove la rappresentazione della realtà non cerca di imitare la realtà ma la trascende.
Per questo è utile una visita a Santa Maria Antiqua a Roma. I cicli pittorici di quella chiesa, sfuggiti all’iconoclastia, sono splendidi e spiegano come l’imitazione del reale non era necessaria per raccontare in forma di immagini. Cimabue, e la pittura del basso medioevo portarono all’invenzione della prospettiva. E la prospettiva è una forma assai particolare di scheumorfismo. Simulare profondità e realtà su una superficie piana.
Noi invece stiamo facendo un percorso opposto, capovolto. Ritornare a una simbolizzazione dei nostri gesti quotidiani, non volere più che gli oggetti digitali che maneggiamo siano simili a oggetti reali, porta a una strada che conosciamo solo in parte. Ovvero a una seconda generazione di nativi digitali: i post-nativi, che da Cimabue e Giotto tornano indietro, agli affreschi bizantini. Il mondo com’era non entra più nei dispositivi. Nel futuro le applicazioni, i sistemi operativi, saranno una realtà a parte, che non assomiglia più al mondo che conoscevamo, e che incarna una maniera diversa di utilizzare questi strumenti, diventati ormai necessari e inevitabili per le nostre vite.
A cosa sta portando tutto questo? Sembrerà paradossale dirlo, ma a una nuova forma di trascendenza e a una nuova capacità di lettura del mondo. Non più, mimesi,  imitazione, ma raffigurazione simbolica. Non più rappresentazione della natura ma invenzione di un immaginario. Proprio come per le pitture bizantine o come per il mosaico della cattedrale di Otranto del XII Secolo, dove le figure sono elementari, grezze, perché conta il significato, e non la veridicità. L’abbandono dello scheumorfismo è una scelta che nel tempo cambierà la vita dei post-nativi. E li renderà tutti più intelligenti e più mistici.

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Il sogno di scrivere Cotroneo