[Ho ritrovato questo vecchio articolo scritto a Kaiserslautern il 26 giugno 2006, ai Mondiali di calcio di Germania. Credevo di non averlo più, era finito in una cartellina sbagliata. Sono affezionato a queste righe per una storia molto privata, tenera e sentimentale]

C’è un leggenda che vuole si sappia come finirà un calcio di rigore interpretando gli sguardi che si scambiano il calciatore che sta per tirarlo con il portiere che lo aspetta. C’è una leggenda che dice anche un’altra cosa: che il tempo che passa dal momento in cui parte la breve rincorsa con il momento in cui la palla viene calciata sia molto simile al tempo eterno che ha preceduto il Big Bang. C’è un luogo comune che vuole noi italiani fragili e tesi, bravi a costruire narrative calcistiche, poesie del fraseggio sul campo, ma completamente incapaci di sopportare quella cosa là: quel mettere il cuore nei binari del battito giusto, partire e sapere che il calcio di rigore non è un destino, non è una roulette russa, e non è un terno al lotto, ma è il gesto che risolve una partita, e che si porta con sé tutta la vita. La vita di un calciatore.

Io non so se Francesco Totti in quel momento eterno che lo separava dalla palla ha pensato a tutto, ai campi dove ha imparato a giocare, alla giovanile della Roma, ai successi, agli scudetti, a sua moglie e suo figlio, e soprattutto ai sondaggi su “Totti sì e Totti no”, sui 50 mila votanti che dicevano che si giocava in 10 con Totti in campo e altre cose simili. Certo è vero un fatto: se in campo si stava attenti, si sarebbe visto che appena è entrato Totti, agli australiani è venuto il panico e sono indietreggiati tutti, come a ripararsi da un uragano che arrivava da lontano.
Il calcio vive di chiacchiere quando si palesa nella sua forma deteriore, e invece splende di entusiasmo quando diventa una mitologia. Un rigore al novantaduesimo, agli ottavi di finale di un campionato mondiale, dentro una partita non brillante e molto difficile, con la paura che Kaiserslautern potesse diventare presto un motivetto da affiancare alla varie coree che abbiamo dovuto mettere nel libro nero della storia nazionale, non è una cosa da niente. Non è cosa da niente che quel rigore lo abbia calciato proprio lui, Totti, e l’intero stadio deve essersi diviso in due parti. La parte italiana che pensava: «speriamo che non fa il cucchiaio»; e quella australiana che pensava esattamente il contrario.

Ma probabilmente c’era una sola persona che sapeva da prima come sarebbe andata finire. Quel signor Mark Schwarzer, nato il 6 ottobre del 1972, australiano, che abitualmente protegge la porta del Middlesbrough, squadra inglese. Le statistiche dicono che è alto un metro e novantasei, sei centimetri più di Buffon. Noi dalla tribuna Schwarzer e Totti li vedevamo come due figure lontane. È curioso come il calcio di rigore visto dagli spalti di uno stadio pare un affare privato tra due attori di un film di Sergio Leone, tutto dentro l’inquadratura di un piano americano. Mentre la ripresa televisiva, parafrasando Beppe Fenoglio, ne fa una questione privata, te li inquadra da vicino, ti racconta tutto da dentro. E nei monitor dello stadio, lo sguardo di Totti rappresentava qualcosa di particolare. C’era un mezzo sorriso, l’occhio fisso, quasi sarcastico. Per tutto il tempo in cui ha atteso di calciare.

Poi lo sguardo è cambiato d’un tratto, è diventato fermo, fisso, sicuro. Deve essere stato in quel momento che Schwarzer ha messo a fuoco che quel rigore era diventato patrimonio di famiglia, per figli e i nipoti, per quella volta che l’Australia ha pensato persino di farcela, perché stava agli ottavi, perché stava al novantaduesimo, perché era la prima esperienza a un mondiale, e persino alla seconda fase di un mondiale. E Schwarzer, ai suoi nipoti, dovrà raccontarglielo quello sguardo di Totti, che avrebbe preferito non vedere, ma che poi, dopotutto, diventerà il momento più importante, più alto e più leggendario della sua carriera. Tutto in quella frazione di secondo, in quel tempo vuoto in cui il cuore si è fermato, in quegli occhi che non sapevano se guardare Totti e capire i suoi movimenti, o intuire la traiettoria della palla.

Ma c’è una cosa che si dice sempre, come una frase vuota, a cui tutti si adeguano, perché è un modo di esprimersi che ha perso persino il suo significato vero: «ci sono giocatori che sono determinanti, e che fanno la differenza». Eccome se ci sono. Nessun italiano, calciatore e no, avrebbe voluto tirare quel rigore, soprattutto dopo 50 mila sondaggi sull’opportunità di tenere in campo un giocatore che aveva subito un incidente così grave, e «che non è al cento per cento». Come se quel cento per cento fosse come il livello di carica di una batteria. I giocatori non c’entrano niente con le pile di una batteria, i giocatori, come dice la canzone di Francesco De Gregori, li vedi dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia.
E da oggi in poi, nessuna chiacchiera del calcio può togliere a Totti il coraggio, l’altruismo e la fantasia. Il resto lasciamolo al libro dei ricordi di Mark Schwarzer, portiere dell’Australia, che nel silenzio di quegli spazi infiniti del suo paese immenso, nei suoi anni futuri, quando avrà ormai smesso di giocare, la notte continuerà a sognare quel sorriso di Francesco Totti, in quell’attimo prima di quel calcio di rigore a Kaiserslautern.