I miei 50 libri indispensabili? Naturalmente i criteri non possono che essere arbitrari e casuali.  Così ho deciso di utilizzare il metodo del riaffioramento. Ovvero: quali sono i primi 50 che mi verranno in mente? Allora ho cominciato a scrivere, titolo dopo titolo, spiegando a me stesso, e a voi, il motivo della scelta. Non posso far altro che elencarveli nel modo in cui mi sono venuti alla mente, sperando che qualche titolo possa essere una nuova scoperta per i lettori.

1. Robert Louis Stevenson, L’isola del tesoro. È il romanzo sul bene e sul male. L’avventura che diventa un incubo. Con un personaggio memorabile come Long John Silver. Di una geniale leggerezza e perfezione formale.
2. Virginia Woolf, Gita al faro. Forse il miglior romanzo della Woolf. Sospeso come pochi altri dei suoi libri. Limpido in una scrittura che non concede nulla alla superficialità. Come un palazzo con mille porte da aprire.
3. Henry James, Il giro di vite. Celebre libro, è il padre di tutti gli horror veri. Quelli che ti fanno sussultare di paura al solo crepitio di un fuoco in un camino. Terrificante soprattutto nel non detto.
4. James Joyce, Gente di Dublino. I racconti di esordio joyciani sono dei piccoli capolavori incastonati, a corollario, dentro il più bel racconto di questi ultimi 100 anni. “I morti”. Imperdibile.
5. James Joyce, Ritratto dell’artista da giovane. Forse il libro più appassionato dello scrittore irlandese, e il meno ossessivo. Senza la nitidezza formale di Gente di Dublino, e la grandezza di Ulisse. Però più emozionante.
6. James Joyce, Ulisse. È il romanzo dei romanzi. Il libro dei libri. Nascita, maturità e dissoluzione del romanzo. Non è obbligatorio finirlo. Ma è obbligatorio leggere dove si può, ricordare passi. Non averne paura.
7. Thomas Stearns Eliot, La terra desolata. Poemetto di quelli molto citati, soprattutto per l’incipit. In realtà grandissimo testo mistico e segreto, mai troppo compreso. È consigliabile cominciare a leggerlo dall’ultima parte, e poi andare a ritroso. A passo di gambero.
8. Anthony Burgess, Arancia a orologeria. Sarebbe meglio leggerlo in originale. Il linguaggio è strepitoso. Una lingua vera e propria. In ogni caso vale una lettura attenta. Senza mai pensare di aver visto il film, se è possibile.
9. Jerome David Salinger, Il giovane Holden. Qui la scelta è davvero molto facile. Qualcuno direbbe scontata. Ma Salinger non merita tutta questa moda. E non la merita Holden. Bastano le pagine su Phoebe, la sorellina di Holden per fare di questo libro il capolavoro che è.
10. Samuel Beckett, Finale di partita. Non “Godot” e neppure i criptici romanzi. Questo testo teatrale è la sintesi vera di quello che fu davvero Beckett. Orrore, cupezza, genio e disperazione. E sarcasmo grottesco. È il testo perfetto.
11. Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto. Enciclopedia letteraria che non si può non leggere. Anche perché permette di scegliersi pagine e passi come si vuole. Tiene compagnia e aiuta a perdersi e a tenersi lontani dal mondo. Senza andare necessariamente a letto presto la sera.
12. André Gide, I sotterranei del Vaticano. Capolavoro sgangherato per smentire tutti quelli che pensano ai romanzi come a dei congegni precisi. Incoerente e contorto, per nulla lineare. Eppure un classico.
13. Marguerite Duras. L’amante. L’ho rivalutata con gli anni. Quando uscì sembrava un libro astuto e buono per diventare un best seller. Ma è invece un libro vero che merita il successo che ha avuto. Testo sospeso e persino antico, per certi versi. Desueto, per fortuna.
14. Javier Marias, Domani nella battaglia pensa a me. Marias ha una scrittura quasi insopportabile, e un’opinione si se stesso che traspare da ogni pagina dei suoi romanzi. Ma questo suo libro è geniale e spiazzante. Forse soltanto un po’ lungo.
15. José Guimares Rosa, Il grande Sertao. È stato definito l’Ulisse di Joyce dell’America latina. Il grande Sertao è un libro complesso, suggestivo e avvolgente. Scritto in un portoghese quasi intraducibile. Testo utilissimo per perdersi in un nulla di terra battuta e di polvere.
16. Gabriel Garcia Marquez, Cent’anni di solitudine. È come Il giovane Holden. Tanto, ma proprio tanto, di moda, e nello stesso tempo tanto bello. È il romanzo di un mondo, Macondo, e di un nostro mondo: gli anni Settanta e Ottanta. E lunga vita al realismo magico.
17. Tennessee Williams, Lo zoo di vetro. Testo teatrale piccolo, marginale, un po’ laterale come certi quartieri americani, come certe zone del sud, del Tennessee, dove il tempo è lento, e le sofferenze si svolgono come gomitoli leggeri.
18. Georges Simenon. La neve era sporca. Lo sguardo cattivo di Simenon non lascia scampo a nessuno. Meglio non voltare mai le spalle a un autore del genere, ma guardarlo negli occhi, e leggerlo fino in fondo. Alla fine ti resta un po’ di polvere tra le dita. Polvere da sparo. Ma sei sicuro di averla fatta franca.
19. René Daumal, Il monte Analogo. Testo sopravvalutato? O scrigno sublime dove si cela il sapere dei saperi? Nessuno è in grado di rispondere a questo dilemma. E nessuno è in grado di capire davvero cosa sia questo libro. Da consigliarsi anche per il saggio finale, magistrale, di Claudio Rugafiori, nell’edizione italiana Adelphi.
20. Yves Bonnefoy, Nell’insidia della soglia. Poeta davvero difficile. Probabilmente il più grande poeta vivente. Per attraversare la soglia del dialogo con se stessi. Perché le parole di Bonnefoy hanno la stessa forza della pietra che resiste al tempo.
21. Octavio Paz, In India. Sembrerebbe un saggio sull’India, ma in realtà è il suo libro più profondo, più bello, più sorprendente. Partirei da questo libro per convincervi a leggerlo tutto, Octavio Paz. Come un progetto per il futuro da cui non è possibile staccarsi.
22. Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine. È un altro di quei libri che ti cambiano la vita, perché cambiano il tuo modo di leggere il mondo. Pessoa è un autore che ti lascia sempre libero. Libero di capire e non capire, di leggere e di immaginare. Come se profondità e movimento fossero la stessa parola.
23. Hermann Broch, La morte di Virgilio. Mistico e mai troppo di moda. Libro che ha attraversato generazioni di lettori come fosse un fiume carsico. Sommerso o in superficie a seconda dei momenti. Testo vero sulla solitudine e sul significato autentico della parola.
24. Jorge Luis Borges, Finzioni. Tributo al grande vegliardo. La memoria delle biblioteche vertiginose, il guardiano dei sentieri che si biforcano. Con Borges è come essere in un raffinatissimo luna park dell’interpretazione, un campo ermeneutico che richiede attenzione e passione.
25. Umberto Eco, Il pendolo di Foucault. Il libro più bello, probabilmente, di Eco. Ma anche il più inquietante e sorprendente. Se lo capisci davvero non riesci più a tornare indietro. Tutto si spiega, e tutto si tiene assieme. Complotti a parte, ovviamente.
26. Giorgio Bassani, Cinque storie ferraresi. Capolavoro mai troppo riconosciuto. Racconti scritti con una misura e un equilibrio che lascia senza fiato. Bassani viaggia su un filo sospeso sull’abisso. E come un equilibrista non inciampa mai. Lasciando a noi il compito di precipitare ogni volta. Vinti dai sensi di colpa.
27. Giorgio Bassani, L’airone. L’ultimo libro di Bassani. Sintesi estrema, metafora della vita. Lento, pensato e scritto con una maestria rara nella letteratura italiana.
28. Eugenio Montale, Ossi di seppia. Non ci sono parole per questo libro. Per quanto celebre, per quanto famosissimo, per quanto citato ovunque, rimane un testo che ogni volta che lo apri sembra nuovo. Appena stampato, appena uscito. Lasciandoti un’emozione continua.
29. Carlo Emilio Gadda, Quel pasticciaccio brutto di via Merulana. Ciccio Ingravallo è tutti noi. E via Merulana è la strada di Roma più letteraria che ci sia. Un anti-giallo: ovvero un giallo che non è un giallo. E un libro che per una volta, non ci terrà con il fiato sospeso.
30. Carlo Emilio Gadda, La cognizione del dolore. Capolavoro. Da qualsiasi parte lo guardi, in qualsiasi modo vorresti giudicarlo non c’è niente da fare. Il più bell’italiano, nel senso della lingua, del Novecento. E già questo non è poco.
31. Elsa Morante, Il mondo salvato dai ragazzini. Per quanto sia un libro un po’ sopravvalutato, rimane comunque un grande testo. Perché è irrisolto, coltissimo. Come un intrico di strade che portano in direzione impreviste e inaspettate.
32. Alberto Moravia, La disubbidienza. Forse non è il più bel libro di Moravia, ma è quello che io amo di più. È un romanzo moraviano che si tiene lontano dai temi preferiti da Moravia. Ma è il libro dove si vede meglio, rispetto ad altri, la sua grande maestria nel raccontare e nello scrivere.
33. Beppe Fenoglio, Il partigiano Johnny. Come si fa a spiegare perché questo libro non può mancare in questo elenco. Un libro epico, importante e irrinunciabile. Se è possibile però andrebbe cercata la prima stesura del romanzo, quella curata da Maria Corti, che è la più bella.
34. Leonardo Sciascia, Todo modo. Tra tutti i libri di Sciascia questo è il più intenso e il più misterioso. Metafora del potere. Libro denso vischioso, profondamente destabilizzante. In questo testo Sciascia mette assieme una scrittura sibillina dentro una scenografia straordinariamente bella.
35. Italo Calvino. Le lezioni americane. Libro di grande impatto, suo malgrado. Qui Calvino riesce a mettere la passione dei suoi primi romanzi con la nitidezza dei suoi ultimi libri. Lo fa in un libro che non è narrativo, ma che della narrativa ha la leggerezza.
36. Corrado Alvaro, Gente in Aspromonte. Neorealista e leggermente datato. Ma affresco sorprendente di un mondo perduto. Alvaro fu scrittore tanto umile quanto intelligente. Capace di fotografare le coscienze senza teorizzarlo o mettersi in primo piano.
37. Thomas Bernhard, Il soccombente. Libro oscuro. Ossessivo. Quasi uno strumento di tortura per certi versi. Libro sulla musica dove la musica non suona, sembra muta. Vero capolavoro della disperazione capace di raccontare cosa sia il genio, e cosa sia il talento. E perché il talento vicino al genio diventa un destino insopportabile.
38. Alberto Arbasino. Fratelli d’Italia. Alberto Arbasino è scrittore di moda e scrittore celebrato. Venerato per la sua mondanità, e per il suo gusto della battuta, signori miei (o signora mia). Ma Fratelli d’Italia celebra l’Italia del boom economico senza mode e ammiccamenti. Ed è un libro bellissimo.
39. Goffredo Parise, Sillabari. Parise è un autore amato e lento. Eppure ancora un po’ sottovalutato. Forse perché era troppo disincantato e non abbastanza impegnato. I Sillabari sono tra i pochi veri capolavori della letteratura italiana del Novecento. Imperdibili, si sarebbe detto un tempo.
40. Pier Paolo Pasolini, Petrolio. Libro postumo, libro tormentato, libro sfrangiato poco unitario, e decisamente lunghissimo. Come un Tristram Shandy dell’abiezione, e della corruzione italiana, Petrolio è il più importante testo sulla storia dell’Italia repubblicana e la più grande scommessa letteraria che il nostro paese abbia mai visto. Ed è meglio che non sia stato mai concluso. È bello che sia sempre un’opera aperta.
41. Dino Campana, Canti Orfici. Come si fa a non pensare a quel pazzo di Campana, mentre stappava pagina dopo pagina i versi dei Canti Orfici per regalarli ai passanti. Mai poesia è stata più vivida e più impressionante. Mai sguardo così intenso e in grado di svelare l’inconoscibile.
42. Nathan Zach, Sfavorevole agli addii. Nathan Zach è uno dei maggiori poeti al mondo. Israeliano, poco tradotto, molto discreto e defilato. Questa raccolta ha pagine invidiabili, intense e sentimentali, oltre che dolorose.
43. Anton Cechov, Teatro. La letteratura russa. La grande letteratura la conosciamo. Elencare qui Tolstoj o il vertiginoso Dostoevskij ha poco senso. Ma un corpus su tutti, quello sì, e il teatro di Cechov è una suggestione, è una ninna nanna che ci portiamo dietro sin da bambini, e ci lascia pensare che il mondo è ancora bello.
44. Luigi Pirandello, I giganti della montagna. Anche per quel gigante che fu Pirandello un’opera diversa, l’ultima, l’incompiuta. La più misteriosa, la più suggestiva. Un Pirandello visionario, eppure lucido come non mai.
45. Georges Gurdjieff, Incontri con uomini straordinari. Uno dei libri più strani che conosco. Gurdjieff fu un personaggio misterioso e assai bizzarro. Maestro di danze armeno e mistico. In questo libro si raccontano storie quasi inverosimili. Ma si racconta soprattutto chi siamo.
46. Carlo Levi, L’orologio. Libro minore di Levi, meno celebre di Cristo si è fermato a Eboli. Eppure libro più denso e più sorprendente. Soprattutto per l’incipit, forse il più bell’incipit della letteratura del secondo Novecento.
47. Stefano D’Arrigo, Orcynus Orca. Va premiato non tanto per la leggibilità, quanto per lo sforzo più che letterario direi culturale. Il romanzo monstre di D’Arrigo è tra i più citati e i meno letti. Eppure dovrebbe essere il contrario, con un po’ di calma e un po’ di pazienza.
48. Andrea Camilleri, La concessione del telefono. Piccolo grande libro. Origine del successo planetario di uno scrittore umile e importante. Capace di cesellare le sue storie e di raccontare i suoi personaggi con un distacco amoroso che è invidiabile.
49. Ian McEwan, Bambini nel tempo. Il vero libro magistrale di McEwan, più ancora di Espiazione. Impossibile uscire dall’incubo di Stephen e Thelma, impossibile non accorgersi che la scrittura svela trame invisibili e inquietanti.
50. Primo Levi, Se questo è un uomo. Libro cardine delle nostre coscienze. Libro che non voleva essere un capolavoro. Ma che capolavoro è diventato per la sua forza morale. Da leggersi, sempre, da tramandare. Per salvare il mondo, e salvare noi stessi.

 

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Nella fotografia, particolare del disegno di Tullio Pericoli per la copertina del mio libro: Se una mattina d’estate un bambino. Lettera a mio figlio sull’amore per i libri, Frassinelli, 1994