Anita Desai è una scrittrice che mi dà ansia. Perché genera una forma di agorafobia narrativa. È troppo vasta, regala spazi smisurati entrando continuamente nella trama della vita, descrivendo con mille minuzie ogni personaggio, seguendo le storie come si seguono i fili di un tessuto bellissimo. E rende i tre racconti raccolti nel libro appena pubblicato da Einaudi, L’artista della sparizione (pag.149, 13,50€), smisurati e vertiginosi. Così vertiginosi che mi ci perdo, e spesso fatico a tenere il filo degli eventi, a capire la coerenza della narrazione.

Ma forse il motivo di tanta ansia di fronte a un libro come questo viene anche da altro. Dall’idea della sparizione, dal fatto che la Desai, scrittrice indiana di vocazione cosmopolita, sul tema della sparizione cuce tre storie sfuggenti. La prima è quella del custode di un museo degli oggetti dimenticati, la seconda quella di una traduttrice alle prese con la frustrazione di non avere voce e di dover solo restituire lingua e scrittura di altri, la terza quella di un eremita che vive immaginando mondi nuovi sulle cime dell’Himalaya.

Tutte e tre le storie sono una maniera di essere della letteratura che in Europa e in occidente troviamo sempre meno, e che invece va a nascondersi dove la fiducia nella parola, nel racconto nella descrizione è ancora molto forte. Dove la la vita è più drammatica, ma anche più nitida, i colori dei racconti, i colori del mondo, sono intatti e brillanti come un dipinto o un affresco appena terminato.

Mentre noi in Occidente gli affreschi siamo abituati a vederli come ci sono arrivati dal passato: sbiaditi, un po’ rovinati, spesso ammorbiditi da una patina del tempo che li rende affascinanti ma con una distanza emotiva.

I sud del mondo, se così possiamo dire, sono murales intensi, sementi colorate nei mercati, sono aria limacciosa e sguardi penetranti della gente, e dunque sono racconti che noi in occidente non sappiamo più fare. Sono storie che noi rendiamo a fatica, sono descrizioni che noi ci sognamo. Quella tradizione letteraria solida e secolare in cui ci muoviamo è da un lato un modo sofisticato di fare letteratura e dall’altro un laccio, una costrizione, un peso alle volte.

Anita Desai viaggia su altre scritture, su una narrazione che non si risparmia, non tiene a distanza il testo, ci entra dentro, ma non ha bisogno di passione per raccontare queste tre storie, si tiene lontana anche dalla passione. Ha bisogno di immagini, ha bisogno di far muovere i suoi personaggi con nitidezza, esattezza e lentezza. Le sue parole rotolano lente, su un piano inclinato senza mai accelerare, come una prodigio della fisica. Niente si fa veloce, niente prende direzioni inaspettate. I suoi racconti sono fermi, come delle fotografie. Ma se poi li leggi con un po’ più di attenzione vedi che è un’immobilità apparente, e sotto il pennello di una scrittrice che pensa come una pittrice ci sono mille sfumature, mille ambiguità.

Ogni volta che leggo uno scrittore non europeo mi chiedo davvero se il futuro della narrativa, della letteratura non sia il loro. Se da quelle parti la lingua, il racconto, l’immaginazione non abbiano forse una marcia in più. Qualcosa che per noi è troppo difficile immaginare. Un’immaginazione che fa a meno di tutti i ragionamenti sull’immaginazione, una scrittura che non ha il tempo di porsi la domanda se la scrittura abbia ancora un senso. Rimane una loro urgenza di raccontare la vita, che non è la nostra rapidità nevrotica. Ma è un’urgenza lenta, estenuante, piena di cose. Un’urgenza che si riempie di dettagli, di immagini, senza rapidità, senza l’immeditezza della brevità. Senza quella cosa meravigliosa che è il cinema. Una grande arte che ci dà continue gioie ed emozioni, ma che sta uccidendo la letteratura giorno dopo giorno. Prima cambiandole il dna, e poi rendendola inutile. Da noi è andata così. Nell’India della Desai, le parole servono ancora, e dopotutto costano anche meno.