Pochi giorni fa sono stato invitato in una scuola a parlare dei miei romanzi. Era una scuola evoluta perché la platea dei ragazzi, attorno ai 18 anni, aveva di fronte a sé un computer. Uno per ogni postazione. Gli ho raccontato del romanzo Betty, di Georges Simenon e di quella bellissima isola della Costa Azzurra che si chiama Porquerolles. Poi sono tornato indietro a un mio romanzo del 2011 che si intitola E nemmeno un rimpianto. Il segreto di Chet Baker: sulla vita del trombettista americano Chet Baker. Uomo celebre per quasi quarant’anni, fino alla morte avvenuta nel 1988, ma assai meno noto, se non sconosciuto, alle generazioni più giovani.

Chiesi al mio pubblico se lo avessero anche soltanto sentito nominare. E la risposta fu unanime: era un no. A quel punto avevo di fronte la possibilità di raccontargli chi fosse stato Chet Baker, la sua fama di maledetto, i suoi problemi con la droga. Avrei spiegato loro il suo modo di suonare, avrei cercato di fargli sentire – attraverso le mie parole – che tipo di musicista fosse. Lo avrei descritto, fisicamente. E usciti da quell’aula, i ragazzi forse avrebbero avuto la curiosità di andarsi a cercare altre informazioni, qualcuno un suo disco, una fotografia su qualche libro. E siccome ero in una città di provincia, non sarebbe stato così facile.

Una biografia su Chet Baker forse bisognava ordinarla. Ed era possibile che i cd di Chet non fossero subito disponibili. Non parliamo poi del vederlo suonare, con quell’aria sofferente. Bisognava sperare che in un programma televisivo, magari a tarda notte, venisse trasmesso un suo concerto jazz.

Ci voleva tempo, era indispensabile che la curiosità restasse in uno stato di sospensione, e se qualcuno si era appassionato a questa storia, nell’attesa avrebbe messo in gioco veri e propri germogli culturali che lo arricchivano, che lo portavano a cercare anche musicisti contemporanei di Chet Baker, come Miles Davis.

Ma questo era per la mia generazione. Questo è il mio mondo. Fatto di libri e dischi da ordinare, e della soddisfazione di andare nel negozio e sentirsi dire: è arrivato proprio oggi. E della sorpresa, di fronte alla televisione, di ritrovarsi un filmato inaspettato, che non si sapeva esistesse. E in tutte queste attese, in tutte queste intermittenze del desiderio, si trovava il tempo di aggiungere conoscenze che solo in apparenza potevano non avere nulla a che fare con quello che si cercava e si pensava. Erano epifanie vere e proprie, rivelazioni, accostamenti casuali, puzzle da completare con il tempo.

Ma per tornare ai miei miei ragazzi, quel giorno sapevano già tutto mentre parlavo. Erano andati su wikipedia, senza dover raggiungere una biblioteca per cercare un’enciclopedia del jazz. Avevano visto Chet in foto con Google immagini, si erano precipitati su You Tube e, tenendo il volume basso, avevano ascoltato le sue canzoni e lo avevano visto suonare. Tutto in una manciata di minuti.

E dunque non hanno camminato per una città a cercare la libreria giusta, non hanno desiderato sapere, non si sono fatti un’idea, sbagliata, del personaggio, che sarebbe poi stata un’idea riutilizzabile per qualcosa d’altro. In mezzo non c’era l’attesa, e intendo per attesa il racconto dell’attesa, che è un mondo a sé.

Ma soprattutto nel mezzo di questa ricerca, di questa attesa, non c’era l’emozione di capire, e di far combaciare la propria idea di qualcosa con la realtà di qualcosa. Viviamo una vita in diretta streaming e vorremmo pensare in differita. Siamo davanti a tutto, e non sappiamo più come arrivare a qualcosa, perché gli eventi ci arrivano addosso mentre noi stiamo fermi. E non sappiamo più immaginarli.

Alcuni anni fa ho conosciuto Riccardo Cucchi, grande telecronista di calcio del Gr Rai. L’ultimo che ancora racconta le partite di calcio nell’era ossessiva dell’immagine. Oggi gli appassionati di calcio vedono le partite come mai era nel passato era stato possibile, neppure allo stadio, ma non sanno più immaginarlo e raccontarlo. Sapeste quanti gol ho immaginato con la radiolina sintonizzata su Tutto il calcio minuto per minuto. Gol che non erano quelli veri, ma che erano ugualmente meravigliosi. E forse sono stati proprio quelli i più belli di tutti, i gol della mia vita.

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Il sogno di scrivere Cotroneo