Quanti bambini oggi sanno prendere un foglio e piegarlo fino a trasformarlo in un aereo di carta, o in una barchetta? Probabilmente pochi. Un tempo era un gioco facile, un gioco materiale: era l’utilizzo delle cose intorno che sapevano diventare qualcosa d’altro. Da bambino ho provato tutte le varianti di aerei, qualcuno volava bene, altri, quelli che sulla carta, diciamo così, sembravano i più aerodinamici, i più promettenti, si schiantavano sul pavimento della mia stanza senza speranza di un volo di neppure tre secondi.

Gli aeroplani e le barchette di carta sono una pratica antica che ha a che fare con gli origami e con lo shintoismo, la religione del Giappone. E gli origami non sono solo barchette e aerei, ma tutto quello che vediamo attorno: animali, oggetti della nostra vita, fiori e piante, di varie dimensioni. Sono complessi gli origami alle volte, e chiedono una mente duttile, immaginifica, sorprendente. Fare di qualcosa un qualcosa d’altro è strepitoso, soprattutto quando si parte da un elemento semplice: un foglio, un normalissimo foglio di carta.

Oggi abbiamo il problema opposto. Il mondo digitale ci mostra la barchetta già piegata, l’aereo che vola meglio preparato per noi da un team di persone che non conosciamo e di cui non sapremo mai nulla. Sono i nomi di quei signori che appaiono quando apriamo un programma del nostro computer. E più il programma è complesso più l’elenco dei nomi sarà lungo. Gente che scrive software, che disegna layout, che fa cose che neppure immaginiamo, e ci permette di essere come dei bambini con una barchetta già fatta, con un aeroplano di carta capace di volare.

Il web ci sta abituando, e sta abituando i bimbi, a un mondo a due dimensioni. A un mondo senza prospettiva. E ci toglie la possibilità di capire la complessità attraverso un percorso di semplicità. Se imparo a fare una barchetta di carta, imparerò anche a pensare le cose che non ci sono, diventerò qualcuno che poi inventa un elefante di carta, dei fiori di carta. Tutto questo devo farlo nello spazio fisico, nelle tre dimensioni, con una manualità, con un pensiero che elabora la semplicità e la trasforma in prodigio.

Nell’antichità fino al medioevo la terra era piatta. Era piatto anche il cielo. Tutto era come lo schermo di un computer, tutto come un film visto al cinema. La curvatura della terra è arrivata dopo, e con la terra sferica è arrivato anche il tempo curvo. Abbiamo imparato che la complessità è una risorsa quando è un cammino, quando porta conoscenza. Una conoscenza che si accumula, passo dopo passo e cambia la nostra mente. Il web ci porta a una conoscenza piatta, ortogonale, senza profondità, senza manualità, se non quella di usare un mouse o un touch con movimenti che sono sempre gli stessi.

I nostri bambini si eccitano a mettere gli occhialini per il 3D al cinema. L’ultima invenzione, quella che regala emozioni di verità ancora maggiori rispetto al cinema tradizionale. Sembrerà di essere davvero tra le montagne rocciose, o tra i grattacieli di Manhattan. Sembrerà un mondo che prende profondità, che ha prospettiva, e che si muove in diverse direzioni. Solo che non sappiamo più piegare quel foglio di carta che si trasforma nell’aereo. Sappiamo solo usare l’aereo. Ma abbiamo dimenticato che la terra è curva. E che le coscienze non sono piatte, e che non sono piatte neppure le passioni, le intuizioni. Abbiamo nascosto la complessità sotto il tappeto, un tappeto di codici informatici che servono a scrivere i software che simulano vite e riproducono gli origami, per intenderci. E stiamo simulando il reale in un virtuale che cerca di sostituirsi completamente al nostro stare nel mondo.

Un’insegnante di scuola materna mi ha detto che i bambini non sanno maneggiare una saponetta. Bisogna rotolarla tra le mani. Nelle scuole il dispenser è più igienico. Anche lui, ortogonale: schiacci, e scende il sapone. Un movimento, semplice, come quello di un mouse.

(Sette del Corriere della Sera)