Reuben Fine è stato un bizzarro signore, di quelli che mi sarebbe piaciuto conoscere. Era nato a New York nel 1914 da una famiglia ebrea di origini russe. E sin da piccolo ha cominciato a giocare a scacchi con grande talento. Fino a diventare molto presto uno dei più grandi scacchisti viventi. Ma di grandi scacchisti è pieno il mondo. Un po’ più difficile trovare invece un grande maestro di questo gioco che è al tempo stesso un importante psicoanalista. E Fine è stato questo: ha scritto nella sua vita molti libri sugli scacchi e molti libri sulla psicoanalisi. E un saggio che mette assieme le due cose, e che si intitola: La psicologia del giocatore di scacchi. I miei lettori sanno che in questa rubrica io parto sempre in modo sghembo, argomento le cose utilizzando quella che proprio negli scacchi si chiama la mossa del cavallo. Il cavallo salta, e si muove in modo completamente diverso da tutti gli altri pezzi della scacchiera.

E il mio cavallo a questo punto salta sulla casella di António Damásio, nato a Lisbona nel 1944, direttore del Brain and Creativity Institute dell’Universita della California, uno dei più grandi neuroscienziati del mondo. Quasi vent’anni fa scrisse un libro straordinario: L’errore di Cartesio. Emozione, ragione e cervello umano. Damásio in quel saggio dice qualcosa che in molti ignorano: le emozioni non sono negative. Le emozioni sono il collante della nostra identità. Senza emozioni la ragione non funzionerebbe. Per cui Cartesio sbagliava, e “cogito ergo sum” è una frase da mettere in soffitta.

Noi pensiamo che gli scacchisti siano delle potenti menti razionali e matematiche, e pensiamo che le persone emotive non siano in grado di produrre buoni risultati nella vita. E inoltre pensiamo che gli scacchi siano un gioco di strategia, una metafora della guerra, una simulazione della vita nella sua espressione più potente: quella tecnocratica, quella che raggiunge scopi e soluzioni, quella che perde e che vince davvero.

Non solo. Crediamo che attraverso il web, e ancora di più attraverso i social network, stiamo perdendo la capacità di essere strategici e razionali, analiticamente puntuali. Per questo motivo, quando si dice di una persona che è un buon giocatore di scacchi, si intende una cosa soltanto: è qualcuno che sa dove arrivare e sa come farlo nel modo migliore. È uno che non si distrae, è uno che gioca le partite per vincere.

Oggi tutti pensano che questa sorta di intimità pubblica, questo stare condivisi nel mondo, come fossimo tutti fibre di una corda infinita, sia la dimostrazione che le cose non vadano per il verso giusto, che le emozioni siano nella migliore delle ipotesi un modo di esprimersi degli artisti, e nella peggiore un modo di fregare la gente, per vendergli qualcosa. Crediamo che le nostalgie, i sentimenti e gli spleen siano per poeti e sognatori, e che tutte queste cose non abbiano a che fare con la realtà e con il pensiero organizzato.

E non sappiamo che da decenni, il mondo che conta, i neuroscienziati, gli psicoanalisti che giocano a scacchi, i fisici teorici e gli economisti più suggestivi come John Nash o Reinhard Selten,  sanno che le partite, che le teorie dei giochi, sono più importanti per eleganza delle soluzioni, che per le soluzioni in sé. Sappiamo bene che la nostalgia è una forma per preservare l’identità psichica, tenerla unita, come una fascia che impedisce al proprio Io di disgregarsi. Sappiamo che i grandi scacchisti vincono soprattutto attraverso strategie emotive (Bobby Fischer su tutti, ma non soltanto lui). E sappiamo che i matematici sono musicisti, e i musicisti sono poeti. Quando capiremo che i poeti possono essere anche degli economisti (e il grande banchiere Raffaele Mattioli in un certo senso lo era) probabilmente avremo un’idea di come giocare la partita del nostro futuro. Imparando per prima cosa la mossa del cavallo. Imparando a saltare, a collegare e a gestire nostalgie, emozioni e non soltanto la ragione, in un modo soprendente e spiazzante.

(© Sette del Corriere della Sera)