Ormai è qualche anno che ci si chiede se sia giusto o addirittura elegante mandare auguri via sms, informarsi sulla salute o sull’umore di un amico attraverso WhatsApp, o messaggi personali di facebook, twitter, o quant’altro. E naturalmente il mondo si divide tra chi ritiene ovvio utilizzare la messaggistica per le relazioni personali e chi invece non è per nulla d’accordo. Non parliamo poi dei messaggi mandati in serie. Oppure di quelli che hanno i programmi che mandano automaticamente gli auguri di compleanno senza neanche doverli scrivere e inviarli. Se avete un archivio digitale, con le date di nascita, il sistema li invierà da solo il giorno giusto.

Forse non è un dramma che accada, ma è certamente un problema di tipo sentimentale, empatico. Soprattutto per le nuove generazioni. Compiere gesti affettivi e di amicizia in modo neutro e ripetitivo è un modo sbagliato di pensare le relazioni umane. Rendere omaggio, rallegrarsi di un compleanno, informarsi su amici e conoscenti implica un gesto del corpo, un darsi, un andare incontro. Equivale a quell’abbraccio che ormai è espressione quasi idiomatica per terminare qualsiasi mail o messaggio. Alle volte anche con chi non conosciamo neppure di persona. Tutti questi abbracci, auguri, espressioni di vicinanza, attenzioni, sono privi di un contenuto realmente emotivo. Sono formule che non hanno bisogno del sorriso, che non hanno bisogno della sincerità degli occhi, e non hanno bisogno della scrittura, della carta, del foglio, del gesto di sedere a un tavolo, di prendere un bigliettino, di scrivere di imbustare, di affrancare, e di recarsi, o chiedere con gentilezza a qualcuno di imbucare il biglietto, la lettera, l’augurio.

Non sono arcaico, uso la tecnologia senza pregiudizi, ma certi gesti, certe attenzioni, anche certe buone educazioni trasferite su web perdono l’aura, perdono il significato vero, che non sta nel contenuto di quello che si scrive, e non sta nemmeno nel pensiero di farlo, ma nel gesto, nell’azione che si compie.

Si andava al tempio per rendere omaggio alle divinità. Fisicamente. E il cammino, anche simbolico, è alla base di qualsiasi pellegrinaggio, di qualsiasi condivisione di affetti, di valori e di realtà. Nell’era di internet si fanno ancora le marce per le pace, e non si twitta tutti assieme auspicando la pace con l’hashtag giusto. Nell’era del web e della comunicazione globale chi può va a san Pietro per l’elezione del Pontefice, e non per vederlo meglio, anzi: ma perché la partecipazione, la vicinanza, è un gesto fisico.

Buona parte di quelli che finiscono una mail con l’espressione «un abbraccio», o «ti abbraccio», nella realtà non lo farebbero mai. Buona parte di quelli che ti augurano una serena Pasqua, un bellissimo Natale, un «cento di questi giorni», per feste e compleanni, senza neanche volerlo, utilizzano ormai espressioni vuote che, quando sono scritte in modo seriale, irritano anche chi li riceve. E chi chiede «come stai?», attraverso un messaggio che si può mandare in un tempo rapidissimo e senza dispendio di energia, in realtà  vuole sapere e non vuole sentire, vuole sapere e non vuole condividere. E non è più un vero scambio emotivo e sentimentale.

Stiamo abituando le nuove generazioni a chiedere senza voler sapere, augurare senza voler sentire; perdendo il significato dei gesti, pensando che  le parole possano avere senso quando sono private del corpo, del movimento, dello sguardo, e della vita. E allora non è lezioso scrivere a mano, scegliere una carta da lettera, il colore di un biglietto, decidere l’inchiostro e fare attenzione alla calligrafia. Perché spesso c’è più passione e verità in questi gesti che dentro le parole che si scrivono.

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Il sogno di scrivere Cotroneo