Enrico TestaSono mesi ormai che continuo a spiare le scritture cercando di capire in che direzione stiamo andando. E più passa il tempo più mi convinco che noi, critici, scrittori, poeti e persino giornalisti, sembriamo aggrappati a una vecchia zattera, di un legno ormai fradicio di acqua, mare e salsedine; aggrappati a tutta una serie di idee che non hanno più corso da almeno vent’anni. Le idee sono che i romanzi esistono ancora, che il mondo è sempre quello che abbiamo conosciuto, che le tecnologie cambiano il nostro modo di stare nel mondo, ma non il nostro modo di leggere e di fare cultura, che il romanzo, dato per morto o morente da almeno 50 anni rimarrà quello che è per sempre, che la poesia, infine, considerata un’appendice marginale dell’essere letterati, resterà per pochi, e pochi raffinati lettori, capaci di interpretare le cose in modo più profondo se non vertiginoso.

Sono stupidaggini. La zattera ormai è talmente marcia di acqua, da cominciare a non poter più galleggiare, e se rimaniamo attaccati alla zattera entro breve annegheremo tutti. Intendendo per tutti, naturalmente, gli scrittori, i poeti, i critici. Ma i lettori non annegano affatto. Hanno capito che il cinema sarà rivoluzionato completamente dalle tecnologie, hanno capito che la letteratura non sarà più qualcosa che si può leggere in una forma univoca e indiscutibile, ma vuole condivisione, e partecipazione dei lettori ai testi, e hanno capito che la poesia non è più roba per pochi raffinati ammiratori di lemmi, e metrica, rime e versi sciolti. Ma è di tutti. Il web ha cambiato il modo di scrivere. Anche di quelli che sul web non ci hanno mai messo piede. Un po’ come Proust ha cambiato il modo di leggere, e di pensare la letteratura, anche per quelli che non hanno mia aperto una pagina di Proust.

Allora un volume di versi, direi di una bellezza nitida, e delle volte quasi spiazzante per capacità poetica, come quelli di Enrico Testa in Ablativo (Einaudi, pp.126, 11,50 €), non possono che farmi riflettere su tutte queste cose. Testa insegna storia della lingua italiana a Genova, e ha giù pubblicato tre volumi di versi. Gli altri due non mi avevano colpito come questo. Erano meno moderni, meno netti, meno intensi. Qui, in Ablativo, che è un titolo splendido, Testa mi ammonisce di continuo, mi fa viaggiare dentro un modo di fare poesia, che scende continuamente a compromessi con la contemporaneità, la accarezza, se ne fa carico, mostra consapevolezza che non c’è poesia che non sia una poesia dell’oggi, della contemporaneità, della verità di essere nel mondo oggi. Non è poesia civile, non è post-crepuscolare, deve molto a tanti, in primis Montale, ma al tempo stesso non rende tutto questo qualcosa di esagerato, un peso della tradizione, o come avrebbe detto Harold Bloom, un’angoscia dell’influenza. Il mondo è dentro questo libro esile einaudiano, e il suo autore cammina nel tempo, e per i sentieri e i luoghi del mondo senza aver paura di contaminarsi con temi diversi, lontani da quel fare poetico che è stato della poesia italiana di almeno un cinquantennio.

In sostanza Ablativo è un libro che possono leggere tutti, e per certi versi ha la velocità di intuizione, di scrittura, di immagini dei social network. Senza però cadere in mode e sciatterie di certi linguaggi. «Tu scrivi solo perché desideri di non doverlo fare mai più», dice Testa. O qualche pagina prima: «I narcisi si interrogano l’un l’altro / assottigliandosi sempre più / chiedono di te / delle tue mani / della tua figura incerta. / Nessuno li raccoglie. / Sfioriscono sullo stelo / Alle spalle la montagna deserta / e, azzurro e vuoto, / il cielo di gennaio».

Difficile non perdersi in questa scrittura quasi fisica, limpida eppure rassegnata al fatto che tutto cambierà. Difficile resistere a questo poeta che non si compiace, che non fugge dal presente senza però la tentazione idi mescolarti troppo al presente. E difficile non trovare in queste poesie la fune a cui aggrapparsi, una fune di versi e parole, che aiuterà a ripensare il modo di essere poeti e letterati nei prossimi anni. Consapevoli che è una lotta difficile, come scrive Testa nei suoi versi finali: «Senza maiuscole o verità, / distratti o attenti / amorosi o diffidenti. / Nella pienezza della sua inutilità?».