Si continua a ripetere che i social network hanno cambiato il modo di fare informazione. Si dice che facebook e twitter saranno i giornali del futuro. È difficile capirlo oggi: siamo solo all’inizio di una nuova fase e nessuno riesce a immaginare che evoluzione ci sarà.

Il punto vero non è come saranno i giornali del futuro, piuttosto come stanno cambiando i giornali del presente. Leggo da anni sempre le stesse cose. La carta è in crisi. I giornali vendono meno. È vero, sembra quasi un processo irreversibile. Così per tutti il web è diventato il futuro dell’informazione. Perché è più rapido, perché le notizie le leggi dallo smartphone, perché i mezzi per trasmetterle sono molti di più (foto, video, tesi, e anche tutto assieme), perché ci sono le app che scarichi sui telefonini.

Peccato che nessuno sa più cosa sia l’informazione sul web, e spesso gli editori e i giornalisti, che vivono un cambio di era geologica, fanno quello sanno e quel che possono: adattano, mettono i giornali in pdf, cercano un po’ di interattività, provano a cucire il vestito dell’informazione dentro il web per dimostrare di essere moderni.

Ma mettono online soltanto idee vecchie. Alla quale sono tutti affezionatissimi. Perché i cambiamenti così rapidi sono quasi intollerabili. Nessuno riesce ad abituarsi davvero. E si cerca di resistere. Parlando in modo ossessivo di futuro, di internet, di nuove tecnologie, ma nella realtà lasciando che non accada quasi nulla. Come avessero tutti paura dell’ignoto.

Ma il nodo non è nel futuro: è nel passato. Se prendete la maggior parte dei siti dei giornali, e in generale dei siti di informazione vi accorgete che il paradigma informativo è quello degli anni Sessanta, anche se con i font diversi, con velocità diverse, con lo sforzo di adeguarsi alla contemporaneità. Le sezioni ad esempio, quelle che chiamiamo: politica, economia, cultura, spettacoli, esteri, e via dicendo, furono inventate in un mondo dove non si andava ancora nello spazio, e la televisione si poteva vedere soltanto al bar.

È cambiato tutto, ma non è cambiata quella vecchia percezione del mondo e delle cose. Non esistono ancora, e dovrebbero, sezioni come spiritualità, sentimenti, filosofie. Tanto per dirne alcune. La suddivisione tematica dell’informazione è la stessa di sempre. Non basta passare da un mezzo a un altro. E non basta migliorare il flusso delle informazioni: bisogna pensarle in modo diverso. Il futuro non è passare dal testo scritto al video. Non è passare dalla rubrica tradizionale al blog. Non è fotografare il giornale di carta e dentro la foto metterci il video.

Il futuro dell’informazione non è il web. Il futuro dell’informazione è l’informazione del futuro. E scusate il gioco di parole. Per diventare giornalisti non è importante imparare a scrivere. Ormai in due mesi impara a scrivere chiunque, ma è imparare a pensare e a guardare, e imparare a capire cosa vogliamo sapere del mondo, e in che modo.

Il problema del web, e dell’informazione sul web, non è nell’innovazione, quella è facile: è nelle humanities. Solo che  stiamo facendo morire gli studi umanistici nelle università italiane. Con danni veri. Un buon ingegnere deve imparare il greco, e un buon manager dovrebbe prima studiare san Tommaso e Aristotele, e solo dopo organizzazione aziendale. È finito un tempo e nessuno sa come farne iniziare uno nuovo: chi ha studi di humanities non ha potere, e chi ha potere snobba filosofia e letteratura, lingue antiche  e arte. Il risultato è che abbiamo cattivo marketing, cattiva gestione manageriale e futuri tecnologici già vecchi prima di realizzarli.

Tutti abbiamo bisogno di fondamenta per le nostre case. Ma senza un progetto, senza Le Corbusier che prendeva dalla sua storia, dalla sua vita, linee e idee per nuovi edifici, le fondamenta sono solo piloni di cemento armato inguardabili e inutili.

(Sette del Corriere della Sera)