Vorrei parlarvi della paura ossessiva per tutto ciò che è vecchio, scomodando alcune affascinanti teorie della fisica moderna e partendo da un celebre libro, il Candide,  dove Voltaire fa dire al suo personaggio: «Se questo è il migliore dei mondi possibili, allora dove sono gli altri?».

Voltaire, nel 1759, l’anno in cui scrisse questo libro, non poteva conoscere David Deutsch, un fisico israeliano nato due secoli dopo, che lavora a Oxford e si occupa di computazione quantistica. Le sue teorie sono molto complesse, e comprensibili quasi solo agli specialisti, eppure entrano nelle nostre vite di tutti i giorni e condizionano il nostro futuro.

Tutti ormai parlano abitualmente di universi paralleli. È un termine entrato nel linguaggio comune che semplifica moltissime teorie fisiche: a cominciare dalla teoria delle stringhe, dove si ipotizza che il nostro universo sia solo uno dei tanti. E che tutti gli universi sono paralleli, e dunque vivono di logiche proprie. Se stai in un universo, non puoi accedere a un altro.

Questa teoria della fisica è forse quella più vicina a certi temi della letteratura su cui hanno scritto autori che amiamo molto. Due nomi su tutti: Jorge Luis Borges e Italo Calvino. In realtà i fisici negli ultimi decenni sono ossessionati dalla formulazione scientifica di quella che chiamano, con un acronimo inglese, “MWI”, ovvero: Many Worlds Interpretation. La teoria a molti mondi.

Si chiedeva Candide: dove sono gli altri mondi? Un tempo si sarebbe detto che sono altrove e non ci arriveremo mai. Oggi, attraverso continui esperimenti sulla curvatura della luce, sappiamo che si trovano delle fenditure, dei passaggi, che permettono una sorta di comunicazione.

Tutto questo si trova anche in un saggio di Deutsch, pubblicato in Italia da Einaudi nel 1997: La trama della realtà. E si può leggere, in forma narrativa, in libri come Se una notte d’inverno un viaggiatore di Calvino, o in un racconto come Il giardino dei sentieri che si biforcano di Borges. Ma soprattutto si può vedere nel modo che abbiamo di utilizzare il web. E nella nostra incapacità di percepire il vecchio e il nuovo.

E siamo arrivati al punto. Il concetto di vecchio, fino a poco tempo fa, era strettamente connesso al decadimento e all’esaurimento di un corpo, di un oggetto, di una tecnologia. Qualcosa di vecchio è qualcosa che ha perso funzionalità ed efficacia a causa del tempo. Poi la moda, attraverso l’estetica moderna, ha spostato il vecchio in un’altra dimensione: in quella del già assimilato. Così il vecchio è diventato abitudine, non più inadeguatezza. Come se, facendo un paragone cosmologico, l’universo invecchiasse per ripetitività e non per esaurimento della sua energia. Ma proprio perché il vecchio ha perso la sua reale funzione, abbiamo inventato il vintage, ovvero il riprendere cose che hanno qualità, energia e realtà, ma che erano finite in una sorta di MWI delle abitudini e del già visto, in quell’universo multiverso.

Le tecnologie invecchiano quando sono inadeguate. Ma a cosa? Forse a diversi universi che interferiscono con il nostro? Tutti  abbiamo amici che usano ancora un vecchio modello di computer, o un cellulare d’altri tempi, dicendo che va benissimo. E tutti abbiamo amici che dicono di non sentir alcun bisogno di stare su un social network. Ma noi che facciamo l’opposto non siamo più avanti. E loro non sono vecchi. Siamo su mondi diversi, nel senso vero della parola.

Ed ecco spiegata la nostra ossessione per il superato, per il vecchio. Ci sorprende che ciò che siamo stati sopravviva altrove. E non possiamo rientrare in contatto con il nostro universo parallelo se non attraverso i sogni o attraverso percezioni indefinite e tutte ancora da teorizzare.