In molti pensano che per mostrare le cose – dare un’idea di cosa siano i colori, gli spazi, le forme – il modo migliore sia quello di filmarle. Un video ti fa vedere, un racconto ti fa immaginare. Un video o una fotografia è la riproduzione fedele di quanto hai davanti. Mentre raccontare quello che c’è di fronte a te ha a che fare con il linguaggio, con l’immaginazione.

I personaggi dei romanzi, ad esempio, hanno volti diversi. Ogni lettore li vede in modo differente. Anche se sono ben descritti, anche se il romanziere è meticoloso, preciso, limpido.

Ma non è proprio così. Leonardo Sciascia faceva una distinzione lucida tra narratori e scrittori. Noi europei siamo più scrittori, gli americani sono dei narratori: raccontano, vedono, spiegano. Don Delillo è un narratore, un grande narratore. E la sua ultima raccolta di racconti, L’angelo Esmeralda (traduzione di Federica Aceto, Einaudi, pp.208, 19€), ne è l’ennesima conferma. È un grande narratore per una serie di motivi non tutti facilmente individuabili. Il primo naturalmente è nella sua capacità di raccontare le cose: gli uomini, i gesti, le immagini, i luoghi. Una capacità che si ritrova, da Melville in poi, nella grande tradizione della letteratura americana. Il secondo motivo è nella capacità di Delillo di tenere il ritmo del racconto come nessun altro. Per quanto possa apparire certosino nel suo modo di raccontare non ci sono mai rallentamenti, momenti di stanchezza, intoppi. Con Delillo non c’è la sensazione, che ogni lettore delle volte ha, di un eccesso di bravura, o di momenti di caduta. Tutto è in perfetto equilibrio. Anche nel compiacimento, che è spesso uno dei pericoli a cui vanno incontro i grandi scrittori. Un compiacimento che allontana il lettore dall’autore e genera diffidenza.

I nuovi racconti einaudiani di Delillo portano come sempre a una sublime terra di mezzo, a un luogo che l’autore del Bronx conosce molto bene e su cui insiste in tutte le sue opere, che sia questa piccola raccolta oppure in opere strepitose come Underworld. I suoi personaggi si muovono negli spazi di ossessioni sottili, in asimmetrie emotive, in dipinti narrativi perfetti ma con un colore soltanto fuori posto, o con la cornice lievemente scollata.

In questo Delillo è maestro, un maestro delle intermittenze: come quei grandi cuochi capaci di aggiungere un dettaglio che cambia completamente il gusto del piatto, e che nessuno riesce a individuare.

Mi sono ostinato questa volta a cercarlo quel dettaglio che fa di Delillo il grande scrittore che è. E forse con questi racconti di mezzo, con queste storie forse volutamente minori, era un po’ più facile di quanto si potesse credere. Il dettaglio sta nel fatto che Delillo finge di raccontare situazioni, ambienti, luoghi. E lo fa magistralmente soprattutto nel racconto che dà il titolo al volume, nel primo, Creazione, e in Baader-Meinhof, ma dentro queste storie, c’è soprattutto il racconto delle parole.

Lo scrittore parte dalla realtà, la immagina, la mette sulla pagina, la rende nitida, ma è solo una scenografia. Quello che c’è da vedere davvero sta tutto nelle pieghe del linguaggio, che ha la stessa consistenza delle palme tropicali, delle città, dei caffè e dei paesaggi delle storie di questo libro.

A noi europei può sembrare davvero strano che il linguaggio non sia costantemente associato a un processo ideologico. Siamo fatti in questo modo. Per noi è il linguaggio a cambiare la realtà, a  modificarla, a renderla percepibile.

Ma per Delillo non è così. In piccolo possono sperimentarlo tutti, anche quelli che non fanno gli scrittori. Quando diciamo, di fronte a un paesaggio straordinario, a una situazione del tutto inconsueta: non ci sono parole per descriverlo. Non è vero che non ci sono, ma è vero che il linguaggio diventa qualcosa d’altro, non domina il mondo. Non lo cambia, non lo muove, ma si adatta alla vita come un mastice fissa un vetro dentro un telaio. Questo è lo scrivere di Delillo, qui c’è forse quel suo segreto di stupirti e divertirti raccontando mondi e situazioni che prendono intensità e potenza proprio da questo capovolgimento logico e narrativo.