L’entusiasmo e la passione sono tutte sul viso di un ragazzo di 17 anni. Si chiama Marco e ha un sogno: da grande vuole fare lo storico. Legge libri su libri, sa tutto dei romani, dei greci, si è appassionato al medioevo e ai libri di Braudel. «Voglio raccontare il nostro tempo», mi ha detto qualche giorno fa, durante un incontro in una scuola vicino Roma.

Marco però non sa che il suo compito ormai è difficilissimo, che per eccesso di memoria stiamo perdendo la memoria, e non sappiamo più quali sono le fonti da usare e quali invece da tralasciare.

Gli ho detto: immagina che un paleontologo avesse oggi a disposizione gli scheletri di tutti i disonauri vissuti sulla terra. Ma proprio tutti. Ne sapremmo di più o di meno dei disonauri? Mi ha guardato, pensieroso, e mi ha dato la risposta giusta: ne sapremmo di meno.

Sì, ne sapremmo di meno. E allora: siamo sicuri che la nostra epoca sarà facilmente leggibile e comprensibile nel futuro? Siamo certi di essere ancora capaci di capire il passato? E soprattutto: quanto sarà difficile scrivere di questi ultimi decenni? La domanda è cruciale. Perché nessuno sa più come utilizzare le fonti, quali selezionare.

La storia è legata a doppio filo alla memoria. Ricordare, raccontare ciò che è stato, è il punto di partenza di qualsiasi storiografia. Naturalmente gli eventi sono meno afferrabili se andiamo molto indietro nel tempo; persino misteriosi, per certi versi, se vogliamo sapere il più possibile di imperi e popolazioni molto lontane. Gli studiosi hanno sempre utilizzato documenti ufficiali, ma anche dati e notizie che potevano svelare vite private, abitudini, modi di pensare.

Ma oggi questo diventerà impossibile. La quantità di informazioni che abbiamo immesso nella vita di tutti i giorni è impressionante. Ogni computer casalingo, ogni dispositivo elettronico contiene miliardi di dati privati e pubblici. Sono scritture e immagini che hanno un valore. Il numero di mail spedite nel mondo negli ultimi anni è incalcolabile. E molte sarebbero importanti per capire quello che è accaduto in questi tempi. E adesso ci sono anche i social network, che aggiungono scrittura, immagini e video: e per leggere lo spirito di un’epoca non possono essere trascurati.

Come potrà Marco raccontare il nostro tempo? Quale lavoro immane lo aspetta? Per lui sarà tutto possibile, tutto leggibile, tutto archiviabile. Passerà da un documento a un altro senza riuscire a comprendere cosa sia giusto scegliere. E come trasferire migliaia di microstorie in una visione del mondo.

Lui lo sa che non vale soltanto per la storia, ma riguarda tutte le nostre vite: di uomini e donne incapaci di selezionare le notizie. Sa che c’è una bella differenza tra saper leggere attraverso le informazioni, anziché leggere tutte le informazioni.

La nostra epoca ha prodotto documenti milioni di volte più copiosi e ricchi di tutto quanto sia mai stato scritto e prodotto dall’arrivo dell’uomo sulla terra fino a oggi. E questa mole di documenti aumenterà. Tutto si crea, nulla si distrugge. Anche quando vogliamo svuotare un disco rigido, il computer ci avverte che i dati potrebbero rimanere. La digitalizzazione impedisce l’oblio, toglie al caso il potere di decidere cosa vogliamo mantenere e cosa non serve più.

E mentre ricordiamo sempre meno dentro noi stessi, impigriti dalla possibilità di accedere a informazioni con estrema facilità, abbiamo dato vita a un mostro: fatto di files archiviati nel mondo da tutti coloro che dispongono anche soltanto di un telefonino.

In questa intossicazione di dati ci muoviamo a tentoni, come ubriachi. Sbandando qua e là. Dimenticandoci cosa significhino davvero le parole: raro, prezioso, unico. E senza più capire fino in fondo chi siamo, chi stiamo diventando e qual è stata la nostra storia. Ma soprattutto: cosa ne sarà della nostra memoria.

(Sette del Corriere della Sera)