È il mese di ottobre del 1913, cento anni fa. Un celebre psicoanalista svizzero, che di nome faceva Carl Gustav Jung, viaggia su un treno che da Zurigo porta alla cittadina di Schaffhausen. All’imbocco di una delle tante gallerie di quella linea ferroviaria ha quasi un trance, perde di fatto conoscenza. Racconta Jung: «sono tornato in me soltanto un’ora dopo. Nell’intervallo avevo avuto un’allucinazione, una fantasia. Mentre guardavo la carta d’Europa, vidi il mare sommergerla tutta, un paese dopo l’altro…».  Il mare dell’allucinazione di Jung è un mare di sangue. È la prima volta che il grande psicoanalista elabora l’idea che possa esistere l’inconscio collettivo. Quell’inconscio gli aveva anticipato la tragedia della prima guerra mondiale. In un altro suo scritto racconterà di come i suoi pazienti nell’anno precedente allo scoppio della guerra, riportassero sogni e fantasie di morte, di orrore, senza un motivo che avesse a che fare con la loro vita o con le loro paure.

Non tutti pensano esista un inconscio collettivo, espressione dello spirito del mondo. Ma è certo che il clima di un’epoca, i desideri collettivi, le paure che ritornano, sono dati di fatto, e sono individuabili.

Noi sappiamo che esistono dei software che permettono di individuare gusti, tendenze, abitudini delle persone che scrivono sui social network. Questi software analizzano scelte e desideri degli utenti attraverso le parole che utilizzano più spesso, ma anche dei siti che visitano, dei viaggi che fanno, dei biglietti che comprano, e naturalmente dei libri, della musica e di quant’altro. Vengono utilizzati per analisi di mercato, per capire gusti merceologici. Ma se possiamo intuire questi gusti, possiamo intuire anche altro. O meglio: capire, a grandi linee ma non troppo, dove va il mondo.

Jung avrebbe detto che lo scrivere sui social è una fantasia analitica. Scrivere, d’istinto, un tweet o un post è come sottoporsi a un transfert. Solo che il medico seduto alle tue spalle è l’intera comunità dei social network. Sono pochi quelli che usano twitter o facebook in modo professionale. La maggior parte delle persone scrivendo si mette su un lettino e racconta storie.

I social network non sono più uno strumento di comunicazione, ma espressione di un inconscio collettivo che sommando le voci, uniforma tutto e può spiegare molte cose. Gustav Le Bon, all’inizio del secolo, nel suo celebre Psicologia delle Folle, spiegava i meccanismi naturali per cui individui isolati entrando in contatto l’uno con l’altro, generano una sorta di anima del mondo, che diventa un’altra cosa rispetto a quello che singolarmente erano. E in questo modo riprendeva anche lui (come molti altri in seguito) il concetto junghiano di inconscio collettivo.

Forse conosceremo meglio le paure e le ansie del nostro tempo. Forse Facebook è quella galleria buia in cui era entrato Jung con il suo treno, un secolo fa. Una galleria simile a quella penombra, illuminata dall’azzurrino degli schermi o degli smatphone.

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