Non so dire se siamo davvero consapevoli di quello che sta accadendo in questi ultimissimi anni: come è cambiata l’idea della privacy, come è diverso ormai il nostro modo di vedere il mondo, e anche il nostro modo di leggere, di scrivere, di pensare l’esistenza. Stiamo davvero sottovalutando quello che è successo in questi anni. E probabilmente ci accorgeremo di quello che sta avvenendo da un giorno all’altro, all’improvviso.

Magari uscirà un saggio di uno studioso brillante e attento che ci farà capire, con metodo e attenzione, quanto le nostre menti si sono modificate, quanto i nostri ragionamenti sono diventati funzionali a dei layout predisposti altrove. Un saggio che racconti che la rivoluzione non è internet, il web 2.0 o i social network, ma è il mutare della mente umana, l’abbassamento delle soglie di attenzione, l’immaginazione narrativa e visiva, dopo l’avvento di questi nuovi strumenti, tecnologie e linguaggi.

Il problema non è osservare come il mondo cambia. Ma è osservare come stiamo cambiando noi. Ad esempio, per citare il primo esempio, non siamo più capaci di leggere testi lunghi. La soglia di attenzione è minima, leggere a lungo stanca, non ci si riesce a concentrare con un testo che argomenta troppo. Le cose vanno molto meglio se ci si trova di fronte a un testo breve efficace e poco elaborato.

Questo vizio viene dal web: che non permette una lettura approfondita dei testi. E viene dai social network: che chiedono sintesi estreme, alle volte quasi impossibili. Anche la fotografia è diventata breve. Breve nell’esecuzione, breve nel suo ruolo nel mondo. Siamo passati dalla fotografia alla phonografia. Intendendo quegli scatti che si fanno con gli smartphone e i telefoni cellulari. Cose rapide, di buona qualità, ma non certo eccelsa, che servono a documentare in fretta, eventi, storie, situazioni, ma anche emozioni di tutti i giorni.

Si scrive in breve adesso, e si pensa breve: navi in bottiglia anziché navi vere, miniaturizzazione del pensiero, narrazioni da guardare con una lente di ingrandimento, e tempi del racconto rapidissimi, poche parole, pochi concetti. La brevità è più importante della consistenza delle parole che usiamo, più importante del tempo – il tempo di cui abbiamo bisogno per farle sedimentare – dell’invecchiamento nelle botti del buon senso. I vini novelli, in questo caso, usando una metafora, stanno spazzando via le bottiglie d’annata.

Dando spazio alla velocità, alla battuta rapida, cercando di cavalcare un’attualità che non sa che farsene dell’attualità, finisce che dimentichiamo il pensiero argomentato, dimentichiamo persino cosa significa parlare.

Comunicando solo con i social network, esprimendoci attraverso chat, o messaggi, o altre applicazioni che permettono un dialogo scritto ma rapido, finiamo per non trovare più le regole elementari che ci servono per comunicare. E le regole elementari sono quelle del ragionamento filosofico: del dialogo platonico come del sillogismo aristotelico.

Non c’è più niente di tutto questo. Su twitter, per intenderci, un sillogismo non ci starebbe mai. Superebbe i 140 caratteri richiesti per un tweet. Per non parlare poi dei dialoghi, dove il ragionamento corre lento come un vecchio treno che non ha fretta di arrivare a destinazione.

Trionfa invece l’aforisma, la battuta fulminante, l’essere il più brillanti possibile. E non è esibizionismo, è il tentativo con un solo lampo, di essere notati in un universo di stelle e costellazioni. Talvolta è soltanto polvere di stelle, ma basta a porsi il problema se la sintesi del web e dei nuovi mezzi di comunicazione non conduca in poco tempo a una vera e propria incapacità di analisi delle cose e di argomentazione dei problemi. Forse il futuro sarà fatto di bagliori piuttosto che di luci che ti guidano per strade lunghe e tortuose. Ma i bagliori ingannano, e ci si perde facilmente.

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Il sogno di scrivere Cotroneo