Instagram, il social network di Facebook che permette di postare fotografie e condividerle con tutti ha annunciato più di un anno fa che tutte le fotografie presenti su Instagram potevano essere utilizzate dal social network anche a scopo commerciale, e dopo che molti di quelli che postavano le foto hanno reagito chiudendo in molti casi l’account, per paura di ritrovarsi i propri scatti in qualche campagna pubblicitaria, i manager di Instagram hanno fatto un passo indietro, dicendo che era solo un equivoco, e che non intendevano affatto avvalersi del diritto di utilizzare quelle foto.

In realtà non è pensabile che un colosso come Facebook, proprietario di Instagram, abbia commesso un errore di comunicazione di questo livello. È pensabile invece che quella di Instagram fosse stata una prova generale che in realtà potrebbe valere anche per Facebook. È la prova dei confini che si possono superare, e di quelli che non si possono ancora varcare. Ovvero: è pronto il popolo del web a sopportare che delle foto pubbliche divengano ancora più pubbliche?

Perché il punto è proprio questo. C’è una sottile linea d’ombra in cui stiamo tutti, un po’ stretti, e incapaci di uscirne. La linea d’ombra dice che noi condividiamo sempre più cose della nostra vita, che rendiamo pubbliche le nostre foto, e meglio ancora i nostri istanti di vita (perché di questo si tratta): chiunque può vederli, può sapere in che luogo sono stati scattati, a che ora e in che giorno. Spesso può anche conoscere i nomi delle persone che compaiono nelle foto. Alle volte, tra l’altro, all’insaputa delle persone stesse.

Il problema è ancora oggi di attualità. Tutto questo però appare ancora stranamente privato nella nostra mente. Sembra che rimanere dentro un sistema di un social network garantisca che tutto quello che facciamo non sia pubblico. E che le foto che condividiamo siano soltanto nostre. Siamo pieni di password per entrare nei nostri profili, ma le password servono a postare cose che divengono pubbliche, non a proteggere dati riservati.

Fotografie e informazioni verranno usate un giorno. È qualcosa di irresistibile ed è un affare gigantesco per coloro che hanno in memoria tutto questo patrimonio di immagini. Per riuscirci si tratta di infrangere il tabù, si tratta di far scoppiare una guerra a bassa intensità che lentamente porti a uno smagliamento dell’idea di privacy che abbiamo. Già è stato fatto molto in questo senso. Già stanno tutti a far vedere al mondo il proprio album di famiglia.

Instagram ha saggiato l’umore di oggi. Ha cercato di capire se i tempi erano già maturi, o se invece non è ancora il momento. E non è ancora il momento: i tempi non sono maturi. Perché nessuno ha ancora la consapevolezza che sta regalando pensieri, ricordi, fotografie, video a un ignoto mare di gente. Il sistema Facebook era radicalmente diverso dal sistema Twitter. Twitter obbliga alla condivisione. Twitter non ha segreti. I profili Facebook possono essere, e quasi sempre lo sono, privati e non si entra se non si è accettati come amici. Ma gli amici di Facebook non sono i seguaci, i follower, di Twitter e di Instagram, e di altri social che per crescere hanno bisogno di filtri sempre minori, e sbarramenti ridotti al minimo.

Succederà che le nostre vite non saranno più nostre? È difficile dirlo. Ma in un certo senso sta già accadendo. Se prendiamo quella frase finale di J.D.Salinger, dal Giovane Holden capiamo molte cose: «Non raccontate mai niente a nessuno, finisce che sentite la mancanza di tutti». Questo continuo raccontarsi, a volte di minuto in minuto è solo un modo per cancellare le proprie vite e tradurle in parole che si perdono nel mare del web. È come darsi via, concedersi, fino a non avere più il possesso esclusivo della nostra identità. Lasciata sul fondo del mare del web, con poche possibilità di ritrovarla, se non come un relitto arruginito.