Pochi giorni fa viaggiando su un treno, un percorso abbastanza lungo, ho cominciato a chiacchierare con un passeggero di fronte a me. Si parlava di musica. Il mio passeggero non si era presentato, e non l’avevo fatto neppure io. Dopo poco mi ha chiesto quale fosse il mio nome, e mi ha fatto questo domanda: lei sta su Facebook?

Ho subito pensato a un romanzo di Lev Tolstoj che amo molto: la Sonata a Kreutzer. Dove il passeggero che racconta la drammatica storia di Pozdnyšev che uccide la moglie per gelosia, non ha un nome e non l’avrà mai.

La rete protegge ma imprigiona i nostri ruoli. Andy Warhol aveva torto, e sbagliò tutto quando diceva che ognuno può avere i suoi 15 minuti di celebrità nella vita. Perché è cambiato il modo di illuminare i palcoscenici. Non più una illuminazione molto forte ma che dura un attimo, un occhio di bue che mette in risalto il viso dell’attore. Ma una luce costante, neanche troppo forte, eppure sufficiente per non nascondere nulla, per trasformare le vite in qualcosa di pubblico, e  alle volte per sempre.

Oggi non è più possibile non rimanere impigliati nella rete, restare senza nome, tenere il riserbo sulla propria vita, evitare in tutti i modi che viaggi, movimenti, affetti, desideri, non siano tracciati e resi pubblici. Se non lo fate voi lo faranno i vostri amici quando posteranno in uno dei tanti social network le foto della loro festa e vi taggerano.

E oggi non è possibile mettere una distanza tra quello che si è e quello che si vuole dire di se stessi: tenendo un comportamento che escluda la propria identità dalle proprie azioni e parole. Il narratore del romanzo di Tolstoj può raccontare quella storia perché per il suo interlocutore lui non ha un nome, e la sua identità non disturba il racconto.

Molto spesso si sceglie di lasciar leggere una parte di sé proprio per tenere in secondo piano un altro aspetto del proprio carattere. Ma da alcuni anni niente rimane in ombra. Tutto è di fronte agli altri come quei quadri della pittura olandese del ‘600 dove i personaggi ritratti sono in primo piano di fronte al pittore.

Abbiamo barattato sfumature emotive, silenzi, riserbi, persino vergogna, con un privato che si è sfrangiato lasciando entrare chiunque dappertutto.

Ma perché accade questo? Perché oggi non esserci è molto peggio che non essere famosi. Essere famosi è un concetto vecchio, riguarda un modo dell’identità posticcio. Sono appunto quei 15 minuti di celebrità. È un’istantanea priva di spessore che ti rende visibile all’improvviso ma ti riporta nell’ombra subito dopo: è adrenalina sociale che dura quel che dura.

Oggi non è l’essere famosi che conta, ma l’ostinazione nel restare visibili. E per fare questo – se non scrivi libri, se non dirigi giornali, se non giri film, o se non sei un mago della tecnologia- devi  mettere in campo tutti gli oggetti della tua identità. Come quelli che portano mobili e soprammobili di famiglia nei mercatini del modernariato. Sono sempre le stesse cose, eppure sembrano ogni volta avere un valore particolare.

Ognuno racconta la propria normalità come fosse un’eccentricità. Ma migliaia di normalità non generano una mitologia narrativa, un immaginario nuovo: illuminano il mondo con lo stesso fascino delle luci fredde degli ipermercati solo per esporre le solite scatolette di tonno.

È come esplorare cantine troppo illuminate, corridoi senza segreti, stanze di vita troppo quotidiana. È come farsi fotografare da quelle macchinette che sfornano foto tessere agli angoli delle strade. Sguardo fisso, immagini piatte. Raccontando tutto di noi stessi finiamo per non far più risaltare le cose importanti. In questo modo si spengono le luci della ribalta di cui parlava Warhol, cancellando anche quelle ombre che generano profondità, senso e narrazione autentica.

(Sette del Corriere della Sera)