Il sogno di tutti i bambini è quello di andare nello spazio. Il sogno degli adulti è quello di trovarsi uno spazio. Uno spazio concettuale, certo: ma soprattutto uno spazio fisico dove poter respirare, dove riuscire a ritrovarsi e forse riconoscersi. Lo spazio è un luogo in cui si può trovare il proprio tempo. E dopo Albert Einstein sappiamo che lo spazio e il tempo sono intimamente connessi.

Ma oggi lo spazio è diventato un’altra cosa. Sul web non si fa altro che parlare di spazio. Hai abbastanza spazio per archiviare quello che ti serve? Compra più spazio per rendere più ricco il tuo sito internet. Fai spazio sul tuo computer togliendo file che non ti servono più.

Lo spazio digitale è un paradosso mentale: miniaturizza la parte fisica fino a renderla quasi inesistente e aumenta la capacità di contenere i dati. Per intenderci, la Biblioteca di Alessandria, distrutta nel 600 dopo Cristo, considerata all’epoca immensa, occupava uno spazio all’incirca di 45 gigabyte di dati. E ci stava nello spazio di una pennetta usb.

Lo spazio si è rimpicciolito e si è esteso al tempo stesso. Le tre unità aristoteliche di luogo, di azione e di tempo sono il punto di partenza del nuovo mondo. Non ci muoviamo nello spazio, non passiamo da un libro a un altro percorrendo corridoi lunghissimi. Se compriamo su Amazon gli ebook, se cerchiamo informazioni, non lo facciamo prendendoci lo spazio necessario, ma soltanto il tempo necessario.

Paradossalmente la frase: mi manca il tempo per fare le cose che mi piacciono, si sta lentamente trasformando in una frase diversa. Mi manca lo spazio fisico per pensare, intuire le cose che mi piacciono e che vorrei fare. Lo spazio fisico per trovare un libro che non cercavo. Lo spazio fisico per camminare e farmi venire delle idee. Il web e i social network chiudono le porte alla casualità che conosciamo, e aprono finestre di nuove casualità che dobbiamo ancora capire. Cercare un libro sul web vuol dire digitarne il titolo e l’autore. Trovare un libro in una biblioteca significa alle volte sorprendersi perché non era quello il titolo a cui si pensava, ma è comunque il titolo giusto.

Poi si dirà che la casualità sul web è negli errori dei motori di ricerca. Per cui cerchi una cosa, e ne trovi un’altra. Ma per trovare qualcosa devi comunque fare una domanda, digitare delle richieste. Non ti arriva per caso all’angolo di una strada. John Lennon diceva: «la vita è qualcosa che accade mentre sei impegnato a fare altro». Ma se Isaac Newton fosse stato sul web a meditare su una legge di natura che non capiva fino in fondo, quella famosa mela in testa non gli sarebbe arrivata. Altro che intuire la legge di gravità.

Ho bisogno di spazio vuol dire chiedere tempo. Ma rendere il tempo più denso non aumenta i nostri spazi, li rimpicciolisce. Perché ormai lo spazio non è più pensato come un vuoto (lo spazio, inteso come universo, è vuoto nel senso fisico del termine) ma come un pieno che implode. Più aumenta la possibilità di archiviare i dati delle nostre vite con fotografie, video, testi, musica, e quant’altro, più si è costretti a rendere sempre più piccolo l’oggetto fisico che li contiene. Più miniaturizzi lo spazio, più lo rendi esteso. Più gli archivi diventano efficaci, e più troverai le cose che cerchi con estrema rapidità.

E allora cosa accade? Che cercare qualcosa sarà rapidissimo, senza un tempo di attesa percepibile. Non ci muoviamo e non perdiamo tempo. Ma lo spazio è attesa, come è attesa un lungo viaggio, come è attesa lo scorrere della vita. E il tempo dell’attesa non è un tempo vuoto: è un modo della nostra identità, e lo spazio è una scoperta. Come i grandi navigatori che scoprivano i continenti. Non è un caso che si usi lo stesso verbo anche per internet: navigare. Ma stando fermi, senza lo spazio, che fantastico paradosso.

(Sette del Corriere della Sera)