Ogni volta che leggo un libro di Javier Marías ho la sensazione costante di trovarmi dentro una casa completamente buia e solo di tanto in tanto una luce di una candela fioca mi lascia intravvedere qualcosa. E di tanto in tanto posso capire qualcosa di più. Ogni volta che leggo Javier Marías finisco per capire che quella casa buia è la mia anima, che le candele fioche sono il linguaggio con cui continuo a interrogare la mia realtà, e che le forme che riesco a intravvedere alle volte non sono altro che il modo narrativo che ho per capire la vita, per guardare oltre me stesso.

Marías non mi piace sempre. Trovo i suoi romanzi il più delle volte geniali, ma è come se gli rimproverassi un continuo eccesso di contrasti, un retrogusto voluto che non sempre mi mette a mio agio. Ha una maestria nella digressione, nel trasformare il pensiero in linguaggio e il linguaggio in pensiero che mi lascia ammirato ma scatena una mia sottile diffidenza. Questo sin dai tempi di Domani nella battaglia pensa a me.

Ma questo Gli innamoramenti, appena pubblicato da Einaudi (traduzione di Glauco Felici, pp. 306, € 20) è un libro particolarmente equilibrato, per essere un libro di un autore che dello squilibrio narrativo e linguistico ha fatto un vero e proprio vezzo. Ed è addirittura un thriller. Naturalmente un thriller linguistico, costruito soprattutto sulle parole, e sulla funzione che hanno le parole (e qui non svelo di più perché toglierei al lettore molte sorprese).

Dentro questa cornice Marías mi mette di fronte a tutto quello che non vorrei vedere. E lo fa nel suo modo consueto. Chiudendomi la porta e facendomi camminare tra candele e corridoi bui. Sono i corridoi della perdita, della paura, della morte, dell’amore, della crudeltà, dell’incapacità di leggere fino in fondo i sentimenti delle persone, e della paura che i sentimenti possano rivelarsi linguaggio, e dunque in quanto linguaggio possano risultare impossibili da rendere nitidi.

Questa è una storia madrilena, drammatica e dura, dove l’amore è un continuo osservarsi, per poi perdersi, e ritrovarsi su piani emotivi differenti. La protagonista, Maria, osserva una coppia per anni, tutte le mattine quando va a fare colazione in un bar. Ma non li ha mai avvicinati e non ha mai parlato con loro. Sono una bella coppia, sembra felice: lui sui 50 anni, lei più giovane. Un giorno lui viene ucciso da un barbone senza un movente, un motivo. E solo a quel punto Maria si presenta alla moglie, che si chiama Luisa. Parlano a lungo dell’assurdità di quello che è accaduto, e del dolore. E Maria, per un caso, finisce per fidanzarsi con il miglior amico dell’uomo assassinato. Ma il miglior amico dell’uomo ucciso è segretamente innamorato di Luisa. E qui mi fermo perché inizia il giallo di questa storia.

Ma non lasciatevi ingannare. Il chiarore della candela illumina la struttura della casa buia di quel poco che vi serve per capire. Ma è la candela che dovete osservare, quel territorio, quel punto dello spazio dove l’alone della fiamma finisce per sconfinare nel buio, in una terra di mezzo. Di quella terra di mezzo Marías è un maestro assoluto. Di quel luogo misterioso e indefinibile ci racconta tutto, troppo persino. Fino a farci venire il dubbio che la fiamma della candela non sia altro che un prodigio del buio, o il buio un modo per la fiamma di risaltare meglio.

Alla fine dei libri di Marías ho sempre una sensazione di frustrazione. Non mi ha detto abbastanza dell’innamoramento, non mi ha detto quello che speravo sull’amore. Mi ha parlato di altre cose, ha girato attorno, mi ha acceso un po’ di buio. E poi è venuto lui stesso, nelle ultime pagine, a spegnermi quella fiammella. Marías è un maestro di inizi, per questo i libri di fatto non li termina. Li rende incompiuti con una fine che è sempre un preludio a qualcosa, e mai un finire vero e proprio. Un po’ come faceva Carlo Emilio Gadda. Ma la candela appena spenta mi è rimasta sulla retina per un attimo ancora: come un’immagine che sfumava. E in quell’immagine c’era tutta la disperazione che il mondo non sia altro che linguaggio. E che la letteratura parla a se stessa e invade il mondo come una pianta infestante. E rimanere nudi, senza un linguaggio per raccontarsi è il nostro incubo e al tempo stesso un sogno meraviglioso.

© Il Messaggero, 15.12.2012