Ho iniziato questa recensione tre volte. Ho scritto due periodi, li ho buttati e ho ricominciato. Addio a Roma di Sandra Petrignani (Neri Pozza, pp.348, € 16,50) è un libro che mi riguarda. E mi riguarda molto da vicino. Non solo perché l’indice dei nomi del libro è un elenco di personaggi che ho conosciuto e con cui ho lavorato, e alcuni erano anche amici. Ma perché a leggere la Roma culturale raccontata in questo libro viene un senso di struggimento, di perdita quasi insopportabile. E non tanto insopportabile per la mia generazione, che è del tutto ovvio, ma per quella dei miei figli che non vivranno mai nulla del genere, perché si sono perse le matrici perché si ricostituisca un clima come quello.

Oggi siamo tutti molto più ricchi culturalmente perché vediamo tutto e sappiamo tutto, ma anche molto più poveri perché non sappiamo che farcene di quel vedere e di quel sapere.

Sandra Petrignani racconta con gli occhi di Ninetta, un personaggio inventato, un’epoca irripetibile, quella di Roma dai primi anni 50 fino al 68. Una Roma che nel suo essere provinciale era il centro di tutto: del cinema mondiale, della letteratura, dell’arte, della poesia, della vita. Racconta storie magiche di amori e di giornali, di caffè e di litigi, di addii e di poeti innamorati.

La mia generazione e quella di Sandra hanno fatto appena in tempo a incrociare quel mondo, che ci raccontava di quel passato. Lo ha fatto Alberto Moravia, lo ha fatto Federico Fellini, lo hanno fatto in tanti altri. Quando arrivai a Roma, nel 1987 per lavorare all’Espresso, molti di loro erano lì. Era come spiare un passato in compagnia di narratori orali. Erano leggende e realtà che passando di persona in persona, diventavano qualcosa d’altro, ma senza perdere il nucleo originario, senza perdere il punto cruciale di tutto questo. Perché il libro di Sandra Petrignani, che è tecnicamente un romanzo storico, è la presa d’atto di un fallimento culturale del nostro paese. È la cronaca appassionata, amorosa, bellissima devo dire, dell’Italia che attirava il mondo perché aveva grandi scrittori, registi, sceneggiatori, artisti che avrebbero influenzato l’arte, per molti anni. Tutto in una cornice vagamente sfrangiata. In quella Roma che, come diceva Ennio Flaiano, tra i protagonisti di questo libro: «è l’unica città orientale senza un quartiere europeo».

In quella Roma il potere era quello delle idee ed erano tutti innovativi. In quella Roma le tensioni non c’erano ancora, il paese si stava ricostruendo un’identità nuova. Moravia era lo scrittore degli scrittori: per il Corriere della Sera, ma anche per l’oste di Trastevere. La cultura apparteneva a tutti. Ognuno prendeva quello che sapeva e quello che poteva.

Cambiò tutto con il ‘68, una delle iatture più pesanti che questo paese abbia dovuto subire. Il ‘68 cancellò la modernità del paese, lasciò il controllo delle cose a una classe borghese che, eliminando qualsiasi meritocrazia, ha tolto ai figli delle classi emergenti, i figli degli operai e i nipoti dei contadini, la possibilità di avere un ruolo nell’organigramma del potere. E ha messo a punto il primo abbozzo di casta che conosciamo oggi. Il paese regredì, e negli anni ‘70 arrivò il sangue, il piombo, e la follia ideologica.

Nessuno riuscì a capire che quell’epoca magica, che aveva fatto di Roma una città come Londra, Parigi o New York non poteva tornare perché la cultura, la poesia, l’arte scardinano i sistemi e i privilegi, non permettono poteri sedimentati. E proprio per questo a quell’arte, a quel cinema, a quella letteratura sono stati sostituiti birignao piccolo borghesi che sono quelli di oggi. Dove a qualsiasi povertà di idee basta aggiungere la parola “impegnato” per darle un’aura. La letteratura impegnata, il cinema impegnato, persino i giornali impegnati. Sandra Petrignani racconta per buona parte del libro quel sogno di futuro, ma non può che concludere con la consapevolezza che oggi siamo costretti a vivere in un sogno di passato. Ma per noi che parlavamo con quegli uomini e donne ormai molto anziani perché ci regalassero qualche loro ricordo, l’addio non sarà mai definitivo.

@ Il Messaggero, 8.12.2012