Mi è piaciuto questo libro di Mark Haddon, La casa rossa (Einaudi, pp.280, € 19,50). E mentre lo scrivo mi domando cosa possono pensare i miei lettori di una affermazione come questa. Ovvero: cosa significa: mi è piaciuto un libro? Dove porta? A cosa serve?

Risponderò a queste domande solo dopo che vi avrò parlato del libro di Haddon. Haddon è un narratore assolutamente tradizionale. È un narratore inglese, e in questo senso è figlio di Stevenson, è figlio di Henry James, e fratello minore di Ian McEwan. È uno di quelli che non racconta una storia, ma lascia che la storia si racconti da sola. È uno scrittore che inganna il lettore perché non sale sul palcoscenico con le sue marionette, ma invece sta dietro e muove i fili dei suoi personaggi. La casa rossa è un libro che ha queste caratteristische: una strutturale temporale rigida e precisa, tutto in otto giorni scanditi da capitoli che vanno da venerdì al venerdì successivo; una serie di personaggi che hanno un legame familiare e che si ritrovano in una unità di luogo, e naturalmente tutte le dinamiche sotterranee e inquietanti delle relazioni interpersonali, affettive, sentimentali e parentali di questa epoca e di questi anni.

In un vecchio cottage ai confini con il Galles si ritrovano due fratelli Richard e Angela che si conoscono pochissimo uno con l’altro e che condividono una settimana di vacanza assieme. Naturalmente in questa settimana si scoperchieranno i fili che – come fossimo marionette – ci fanno muovere per il mondo. E ogni volta quei fili sono ineluttabili, impossibili da utilizzare fino in fondo, perché le vite sono intrecciate, perché gli antichi drammi rimangono sospesi, come una nebbia incerta che svela e nasconde, lascia entrare luce e ti lascia nell’indistinto. Haddon, direbbero i critici tradizionali, ha una straordinaria capacità di descrivere situazioni, drammi, intrecci e interiorità. Ma Richard, il medico di Edimburgo, sua sorella Angela, la nuova moglie di lui, i ragazzi, i figli di entrambi i fratelli, sono un modo per Haddon di chiedersi fino a che punto il romanzo può essere questo: unità aristoteliche, spazio chiuso come fosse un teatro (Shakespeare abita i sogni di qualsiasi scrittore inglese, anche quando fa il romanziere) e consapevolezza che i sentimenti umani si possono raccontare nei romanzi solo attraverso specchi che li riflettono.

Peccato che gli specchi capovolgono le immagini, e dànno solo un effetto di prospettiva e non la vera profondità, perché lo specchio è piatto. Ed è piatto anche il romanzo in generale. Con questo voglio dire che i romanzieri contamporanei sono continuamente in affanno nel raccontarsi dentro mondi rovesciati, mondi riflessi. Cercando di restituire la complessità del mondo attraverso la lingua, attraverso il racconto, attraverso una narratività che cambia di continuo.

Haddon è uno scrittore di complessità nascoste e mai troppo evocate. Per capirci: è di quelli che scrivono semplice. Di quelli che si leggono in un paio di giorni, anche meno, ma poi alla fine ti rimane un vuoto nello stomaco, un buco quasi. Appartiene a quella categoria di scrittori che ti ingannano, ti fanno pensare che questa storia sia una passeggiata e invece quando lo segui sulla sua strada ti porta all’inferno, in un certo senso. Ma il suo non è l’inferno di Dostoievskij per intenderci, non è un inferno spaventoso e del tutto visibile. È un inferno umano, delle relazioni tra personaggi, che senti e intravedi come se l’autore avesse messo un vetro smerigliato. E dunque senti il calore del fuoco sulla pelle, senti i lamenti, le urla dei dannati, ma non vedi bene, non capisci fino in fondo.

Così quando finisci il libro sai che nulla resterà uguale tra Richard e Angela, e tutti loro in generale. E ti sembrerà cambiato qualcosa anche dentro di te. Come se i libri potessero modificare quello che fino a un momento prima stavi guardando da una finestra. Come una vera e propria epifania, un’apparizione, che ti lascia addosso un’inquietudine inaspettata. Ed è forse questo, per rispondere alla domanda iniziale, che mi piace proprio dei libri. E in particolare dei romanzi.

@ Il Messaggero, 1.12.2012