È diventato un problema serio fare editoria, stampare e tradurre libri in questi ultimi anni. E il perché è facile da comprendere. La velocità del mondo non è la stessa per tutto. Per pubblicare un dizionario di quelli importanti ci si può mettere 20 anni, per scrivere un romanzo, da quando abbiamo finito di scriverlo almeno due anni, per tradurre un testo, un saggio, da un’altra lingua e pubblicarlo ci vuole almeno un anno. E nel frattempo?

Nel frattempo accadono delle cose. Le vite continuano, le idee progrediscono, il mondo cambia. Il libro finito due anni prima, il saggio pubblicato in America un anno fa, la raccolta di poesie figlie di una vita di editing sembrano lontane nel tempo. Prima era il tempo della cultura, dei libri, era il sedimentare delle parole, erano i giri di bozze lenti, per limare ogni dettaglio, soppesare ogni parola. Ma oggi non si può più, e non si sa bene come fare.

Tutti i saggi dedicati ai social network, alle nuove tecnologie, a internet sono già vecchi ancora prima di essere stampati. Quelli tradotti un anno dopo essere stati pubblicati altrove sono letteralmente illeggibili, sembrano i manuali di istruzione di dispositivi già usciti di produzione. I dizionari si aggiornano ogni anno, ma non sai in che cosa, e soprattutto non capisci il perché. In fondo non c’è tutta questa fretta di inserire nuove parole. Inoltre se i dizionari li hai in formato digitale ti vengono aggiornati in automatico, senza neppure richiederlo.

Ma il nodo vero è il rapporto instabile e complesso tra letteratura, vita e modernità. Noi siamo abituati a pensare alla letteratura, nei suoi vari generi, prosa, poesia, teatro, e via dicendo, come a qualcosa di immutabile nel tempo. L’opera è l’opera. Il testo è scolpito nella pietra, come lo Zibaldone di Leopardi o come il Decameron di Boccaccio. In realtà sappiamo bene che le cose non stanno così. I testi sono figli di tormenti autoriali ben noti, e tormenti editoriali ancora più complessi. Ma tutto nello spazio di un tempo vuoto che era – e sottolineo era – il tempo della scrittura e del pensare i testi. Negli ultimi trent’anni si è parlato di istant book, a volte in modo dispregiativo, per indicare invece i libri che venivano stampati in sei mesi e mandati in libreria per cavalcare una moda, un tema caldo, o altro ancora.

Oggi gli istant book sono già lenti. E per gli autori diventa un’era geologica pensare a un libro scritto due anni prima e pubblicato in un tempo lontano. E non perché il libro non regge la prova del tempo – guai se non fosse così – ma perché è l’autore a non reggere la prova del tempo. L’autore che nel frattempo usa i social network, posta su facebook, aggiorna un blog su wordpress, collabora a una rivista online. Scrive di continuo, cose nuove che vengono lette, commentate e conservate. Mente il suo romanzo, la sua raccolta di poesie, il suo saggio rimangono fermi dentro un passato che gli appartiene, certo, ma sempre meno.

La velocità dell’editoria cartacea è inadeguata alla velocità della letteratura, della scrittura reale. È come mandare a una persona una lettera dall’altra parte del mondo per nave, e intanto continuare a scrivere sempre alla stessa persona altre lettere via mail.

Allora cosa accadrà? La risposta più facile è che tutto questo sarà risolto dall’ebook. Ma non è del tutto vero, l’ebook si sovrappone al libro come una decalcomania digitale. Ancora una volta la risposta dobbiamo cercarla nei cambiamenti mentali che stanno avvenendo. Non soltanto abbiamo abolito la distinzione tra vita pubblica e vita privata, non soltanto non siamo più in grado di tenere distinti lavoro e tempo libero. Ma anche nella scrittura, nella cultura letteraria, nel romanzo dovremo fare i conti con il tempo, talmente rapido che sta invecchiando tutto. Libri, testi e memoria delle cose.

(Sette del Corriere della Sera)