Aleksandr Scriabin è stato un compositore e un pianista russo assai bizzarro, diciamo così. Morì a Mosca a soli 43 anni, nel 1915. E fu un musicista quasi medianico. Scrisse molte opere per pianoforte, eseguite tutt’ora dai più grandi pianisti. E si considerava uno sperimentatore. Teneva concerti associando tonalità di luce diverse al tipo di musica del suo pianoforte. Suonava un pianoforte con i tasti dipinti di tutti i colori, e non più solo bianchi e neri, per ispirarsi mentre cercava le note. Ma il suo progetto più ambizioso non riuscì a metterlo a punto: un’opera multimediale da eseguirsi sull’Himalaya che tenesse assieme linguaggi e suggestioni: arte, colori, danza, profumi, oltre che musica.

Sono passati cento anni da quel progetto e Scriabin aveva anticipato di gran lunga il mondo della musica secondo YouTube. YouTube ha cambiato il nostro modo di sentire permettendoci di vederla la musica. E non solo mostrandola mentre viene eseguita con i video degli artisti che cantano o che suonano. Ma permettendo a chiunque voglia di associare le immagini che preferisce alla musica, e aggiungere frasi, testi, citazioni, fotografie. Oltre a condividere, naturalmente, canali veri e propri dove il proprio immaginario musicale diventa pubblico, e viene raccontato agli altri.

YouTube è un social network, a suo modo. Ma di tipo molto particolare. Perché ancora una volta va oltre, e realizza quello che in natura non esiste. La musica è volontà, è suono. La musica è sentimento, ricordo, memoria, emozione, ed è esecuzione. Ma le immagini che si associano alla musica di solito stanno dentro ognuno di noi. Sono qualcosa di intimo, talvolta neppure rappresentabile in una maniera concreta.

E invece il web con YouTube da anni sta compiendo il sogno di un pazzo musicista come fu Scriabin. Non solo perché ormai sull’Himalaya ci si può andare tranquillamente con la propria musica in cuffia, e non solo perché permette di contaminare i linguaggi – questo accadeva in modi diversi anche nel passato più lontano – ma soprattutto perché YouTube ha riempito la musica di immagini.

Non è detto che sia un bene. I più giovani sono abituati ad ascoltare le canzoni guardando i video. Raramente esiste un ascolto che sia un semplice ascolto, musica che sia solo musica. Spesso è un insieme di cose. I musicisti degli ultimi 30 anni lo sanno bene. E quando compongono pensano già a chi tradurrà in immagini quello che stanno cantando o suonando. Lo sanno bene anche i romanzieri, quando immaginano un film dal racconto che stanno ancora scrivendo. La traduzione in immagine della parola, e in immagine della musica, è da un lato una opportunità, ma è anche un impoverimento. Quasi che le arti singole non siano più sufficienti, e la multimedialità sia una maniera di completarle, di renderle più belle.

In realtà non è così. Immaginare la musica è qualcosa che facciamo tutti, a occhi chiusi, quando ascoltiamo. E spesso i meccanismi di associazione del suono con le immagini sono privatissimi. Le canzoni d’amore, o i brani romantici della musica classica che mettiamo accanto a storie personali, a vicende che ricordiamo soltanto noi.

I nostri figli rischiano di non riuscire a pensare la musica soltanto come musica, soltanto come un prodigio che non è raccontabile in alcun modo. Ma che ti emoziona, e ti travolge fino in fondo. Gli stimoli continui che ci sommergono, ci rendono più intelligenti, ma anche incapaci di sottrarci a un vero e proprio bombardamento estetico. Isolare gli stimoli, semplificarli vuol dire trovare l’essenza dell’esperienza musicale, artistica, letteraria.

Nel libro dei sogni del futuro dovrebbero esserci insegnanti che sappiano comunicare questo. E far innamorare le persone di un passaggio melodico, di un frammento di tre note, senza video, senza sollecitazioni, senza aggiunte, senza nulla. Senza YouTube, e anche senza parole.

(Sette del Corriere della Sera