L’Albergo Lamone sta sempre lì a Marradi, dà le spalle alla ferrovia. È un edificio giallino con la scritta verde bottiglia, e le tre stelle un po’ sfalsate. Sotto, il bar “8 marzo” si permette ampie vetrate e tavolini sul marciapiede, quando il tempo e la stagione sono buoni. Mentre l’osteria rosticceria è un piccolo locale dalla scritta un po’ naive. Marradi, come un tempo si sarebbe detto, sta sulla linea Gotica. Appennino tosco emiliano, zone dove durante la seconda guerra mondiale, tedeschi e americani sono rimasti in scacco per mesi. Ma quando Sibilla Aleramo e Dino Campana passarono il Natale all’albergo Lamone la guerra in corso era un’altra, perché era il 1916. Le trincee stavano altrove. E il piccolo paese di Marradi era lontano dalla guerra. Mentre Campana e l’Aleramo erano invece dentro un dramma e una storia che di pacifico non aveva nulla e di drammatico proprio tutto.

Dino Campana era un poeta. Un poeta matto, per dirla subito così e non mettere in gioco equivoci. Nasce proprio a Marradi, nel 1885, il 20 di agosto per l’esattezza. Suo padre era maestro elementare, la madre, molto cattolica, avrà sempre un rapporto molto difficile con il figlio. Che Campana fosse “el matt” del paese lo capiscono subito tutti sin da quando aveva 15 anni, ma questo non gli avrebbe impedito di studiare, prendere la maturità e iscriversi all’università. Poi era inquieto: partiva e tornava, fuggiva verso viaggi misteriosi in Argentina, di cui si sa poco, e testimoniati dai suoi versi. E c’è persino il dubbio che non fosse neanche così matto, così si pensa, almeno fino a un certo momento.

Sibilla Aleramo era più grande. Non si chiamava né Sibilla e neppure Aleramo. Di nome faceva Rina Faccio, era nata nel 1876, ad Alessandria. Ed era una donna fatale, bella e famosa da quando aveva pubblicato un romanzo che in parte raccontava la sua storia: Una donna. Manifesto per decenni del femminismo italiano, perché narrava della violenza subita a 15 anni, del matrimonio riparatore e della presa di coscienza e del coraggio di lasciar poi quell’uomo violento e prepotente. Sibilla era una sorta di Lou Salomé all’italiana. Grande conquistatrice, eccentrica, scrittrice, ebbe relazioni con buona parte della letteratura italiana, dell’arte, della musica della sua epoca. Scrisse più lettere lei di Benedetto Croce e Giovanni Gentile messi assieme.

Quando Campana la incontra lei ha quarant’anni. Lui quasi dieci di meno. Lui ha già attraversato momenti difficili, e ricoveri per crisi ossessive. Alti e bassi insomma. I suoi Canti Orfici pubblicati a Marradi hanno avuto tiepide e buone critiche, ma la sua vita è su un crinale balordo. Ha rapporti con Emilio Cecchi e con gli intellettuali dell’epoca che gravitano su Firenze. Ma le sue condizioni di salute non sono buone. Cerca un lavoro, capisce che con la poesia non ci campa troppo bene, e nel  frattempo abita due stanze in un paesino dell’Appenino, davvero sperduto, che si chiama Casetta di Tiara, con il poco denaro che gli passa il vecchio padre.

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Dino Campana

È il 3 agosto 1916, ed è mattino presto quando si incontrano la prima volta. Dalla corriera che si arrampica sino al paesino scende un personaggio che nessuno fino ad allora aveva mai visto. Una donna in bianco con un grande cappello: va dritta verso Dino Campana che la aspetta appoggiato a un muretto. Poco tempo prima lei gli aveva scritto, dopo la lettura dei Canti Orfici: «Chiudo il tuo libro, le mie trecce sciolgo».

Eccola la seduzione. I Canti Orfici erano e sono indubbiamente un capolavoro, oggi lo sappiamo bene. Sulle trecce dell’Aleramo si potrebbe discutere, ma l’effetto per Campana è di quelli che non si dimenticano. Lei arriva fino a lì perché sedotta da lui. Lui che aveva condotto un’esistenza priva di sentimenti amorosi fino a quel momento si atteggia un po’ a uomo fatale che non si lascerà coinvolgere. E invece tra i due nasce una passione furibonda. E il termine furibondo non è solo un eufemismo.

Va detto con chiarezza, forse Dino sarebbe impazzito ugualmente del tutto. Soffriva di una malattia venerea, la sifilide, che porta nella sua evoluzione peggiore alla malattia mentale. Certo Sibilla ci mise del suo con un’arte e un metodo invidiabili.

Su questa loro storia è stato scritto molto, in molti libri. Sono state pubblicate le lettere di Sibilla, lo scrittore Sebastiano Vassalli, nella biografia romanzata di Campana, La notte della Cometa, ha raccontato questa storia in pagine bellissime, hanno anche girato un film. Ma in realtà nessuno è riuscito davvero a spiegare fino in fondo cosa accadde, a trovare il bandolo, il motivo più profondo.

Ma cosa accadde? Va immaginato il contesto. Lui è un barbaro poeta, soffre di ossessioni, di cattivi pensieri, non dorme la notte, ha la percezione del suo talento, ma anche addosso la tristezza e la pacata gentilezza di chi trova ogni tanto uno spiraglio nella sua mente che gli consente di capire con più profondità di altri. Lei è lei, e perdonate l’espressione. Sempre al centro delle cose, sempre una nota fuori posto sopra l’ultimo rigo del pentagramma: quando scriveva, quando parlava, quando amava, quando viaggiava. Un’eroina romantica delle lettere con un talento per il cattivo gusto, ma anche con un talento e un coraggio per il vivere con intensità.

Quando si incontrano lei concede a Dino una passione che lui non pensava di poter mettere nei sensi, ma al massimo nella letteratura, nell’amore per i versi e per i poeti. Dino non resiste affatto, tanto per capirci. Sibilla lo seduce nel senso etimologico del termine. Lo porta su una nuova strada: «Sei mai stato amato, Dino? Tremavi…», e via dicendo. Il luogo lontano da ogni civiltà, e soprattutto da ogni civiltà letteraria, quella frequentata assai vantaggiosamente da Sibilla, e che faceva infuriare e frustrava Dino, che non si sentiva compreso, e riteneva di essere snobbato, avevano fatto il resto.

Dino è un provinciale, anche Sibilla, ma lei lo nasconde meglio. Lui ha 31 anni e inesperto, lei ha decisamente troppi uomini perché lui possa sopportarlo. La follia iniziale di Campana è nella gelosia. Lei gli promette che esisterà solo per lui. Lui è attraversato dai venti freddi della sua mente, come li chiama lui. Dino li conosce bene gli amanti di Sibilla. In quel periodo si chiamano Cardarelli, Carrà, Prezzolini, Soffici, Papini, per fare i primi nomi. Ma in quei pochi giorni di agosto lui trema per lei e basta, e lei dice di amarlo. Probabilmente lo ama davvero. In un modo che non si capisce troppo bene, come non si capisce mai troppo bene quando l’amore è in questo modo.

Dopo quei pochi giorni intensi Sibilla riparte, con la corriera, con i bagagli, e con il cappello bianco. Alla fine di  settembre si incontrano di nuovo. Questa volta è Dino a raggiungerla a Firenze e partono per Pisa. Lui non vuole rimanerci con lei a Firenze, forse è geloso, forse capisce che le sue crisi potrebbero rivelarlo a tutti. Trascina Sibilla in una villetta in affitto, a Marina di Pisa, e comincia la danza della follia. Lui le chiede dei suoi amanti, lei li ammette, lui le sputa in faccia, poi la picchia, lei fugge, piena di lividi, percossa, ma anche appassionata. Sibilla chiede aiuto all’amico Emilio Cecchi, grande critico, che le vede un occhio pesto e le fa promettere di non incontrare Dino mai più.

Ma la promessa serve a poco. La sofferenza brucia sempre fino alla fine, chiede il sacrificio sull’altare della passione. Lei torna, eccome se torna. Mentre Dino si trasforma ogni giorno. È un poema maledetto. Ora le dà del voi, e la tratta come una prostituta, una donna con la quale può atteggiarsi a gigolò. Manda lettere agli amici dove dice di «aver trovato una sistemazione come ganzo di una nota puttana». In realtà il suo amore per Sibilla è incontrollato. E per quanto gli appassionati di Campana, un vero e proprio culto postumo, ritengano Sibilla una cinica, probabilmente lei era decisamente attratta dal lato violento e folle del poeta.

Si stabiliscono a Settignano, da un’amica svedese che rimane sgomenta dalle liti e impaurita che tutto possa degenerare. «Saremo un gemito solo», scrive Sibilla, ma i gemiti di passione si mescolano alle urla, al dolore, alle botte, alla testa di Dino che sembra scoppiargli, alle sue notti insonni dove vaga senza un centro con ossessioni che non sa controllare.

Nonostante questo decidono di passare il Natale assieme, in una Marradi, il suo paese natio, dove ci sono solo vecchi e nessun amico; “el matt” porta Sibilla in un albergo, il Lamone, che mostrava allora tutta la sua parte squallida. È il Natale del 1916.

Qui accade qualcosa di sottile e terribile, come se l’amore, la passione, avesse generato il disastro aggravando una follia presente ma non così devastante. È come se Sibilla, consapevole di quanto stesse accadendo fosse stata capace di incoraggiare la malattia mentale, come un dolore da portarsi dentro, una colpa finalmente, la colpa di sua madre, la madre di Sibilla appunto, che aveva tentato il suicidio quando lei era bambina. La follia attrae le menti che hanno conosciuto e subìto la follia, e le lega assieme. Dino chiede aiuto a Sibilla, comprende di essere in pericolo. Sibilla lo porta da uno psichiatra. La pazzia di Dino viene dall’infezione venerea e lo psichiatra spiega a Sibilla che non c’è niente da fare, che lui dovrà curarsi a lungo; la prega di andare via, perché non è possibile, perché non c’è scampo, e rischia di ammalarsi anche lei di sifilide.

Sibilla decide che non lo vedrà più: è il 21 gennaio 1917. Lui va in ospedale per curarsi, lei non dovrebbe più farsi viva. Sarebbe meglio così. Sarebbe, appunto. Ma tutto questo non accade. Perché dopo un mese di cure lui è più calmo e lei cosa fa? Comincia a mandargli lettere. Appassionate, si intende. Lui le chiede di tornare. Lei risponde di no, ma poi scrive: «ti amo ancora». E non solo, cominciano missive appassionate e d’amor perduto. È un vero e proprio gioco a nascondino. Sibilla gli scrive: non mi troverai mai. Ma gli fa capire dove si trova. Lui parte per andarla a cercare, e lei si sposta da un luogo a un altro, da una città a un’altra. Accentuando la disperazione di Dino, e probabilmente la sua follia. Perché lo fa? Per lo scrittore Sebastiano Vassalli perché è sadica e crudele. Per i simpatizzanti di Sibilla per eccesso di passione. Per chi leggesse con attenzione il carteggio di Sibilla con Dino perché lei vive l’amore profondo e intenso come distruzione totale. Lo cerca e fugge, dice di amarlo e lo schiva. Forse se Dino fosse stato meno pazzo sarebbe stata la sua vera storia d’amore. Ma se fosse stato meno pazzo Dino e Sibilla non si sarebbero non amati (e dico proprio non amati) in quel modo.

Il finale di questa storia lo sanno tutti. Sibilla a un certo punto smise davvero di cercarlo, ma smise che Dino non era più in grado, completamente, di vivere e persino di scrivere. Fu internato in manicomio un anno dopo, nel 1918. Non uscì mai più, fino alla morte, nel 1932. Il suo tempo scandito dalle sedute di elettroshock. Di lui rimangono i meravigliosi Canti Orfici e i colloqui con il suo psichiatra, Carlo Pariani. Sibilla ha vissuto fino al 1960, diventando l’icona della passione, del movimento femminista, cambiando amanti, spesso giovanissimi fino agli ultimi giorni.

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La lapide sulla tomba di Campana a San Salvatore a Badia

Una donna ha venduto centinaia di migliaia di copie. Non sappiamo se sia mai tornata alla chiesa di San Salvatore a Badia a Settimo dove sono conservate le ossa di Dino. E neppure che amore fosse il loro. Lei scrisse che lui si meritava il castigo: «Per le rose che furono calpestate presso l’orlo della mia veste. Io ch’ero la vita». Lui ormai la vita l’aveva rinchiusa dentro le mura del manicomio. In una lettera a un amico, due anni prima di morire, scrisse: «Tutto va per il meglio, nel peggiore dei mondi possibili». Chissà quante volte ripensò ancora alla sua Sibilla.

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