Nessuno lo dice mai che i libri respirano, che non sono qualcosa di unitario, indiscutibile. E nessuno dice mai che i libri non ci obbligano a obbedire al loro testo, alle pagine che scorrono. Che non ci chiedono di essere presenti fino all’ultima riga del racconto. Ma sono degli oggetti fragili, pieni di difetti, di distrazioni, di incertezze. I libri sono stanchi con noi, sono entusiasti con il nostro entusiasmo, ci tolgono le malinconie e ce le creano, ma solo perché noi decidiamo sia così.

E nessuno lo dice mai, perché nessuno lo capisce davvero fino in fondo, che cambiando noi stessi abbiamo cambiato anche i libri. E non solo perché li abbiamo resi elettronici, e non solo perché li leggiamo in ebook, ma perché hanno il tempo della modernità, hanno le attese, i pregi e i difetti di una società che cambia. L’unico segno visibile di tutto questo è la brevità dei testi. I romanzi lunghi sono rari. Il modello strutturale del romanzo ottocentesco è lontano. Ma tutto il resto rimane dentro la nostra testa.

Ed è per questo che non mi piace Murakami Haruki, e non mi piace perché mi annoia. E non metto in dubbio che il terzo volume di 1Q84 (traduzione di Giorgio Amitrano, Einaudi, pp.400, 18,50 euro) ha dei passi straordinari, e non metto in dubbio che Murakami sia uno scrittore interessante, un uomo denso capace di sentire la letteratura come pochi altri, forse un futuro premio Nobel.

Ma io non ci riesco, scusatemi. Sarà che con gli anni sono incline al lirismo e alla poesia. Sarà che la fame di minuzia narrativa l’ho trasferita nelle emozioni visive del cinema, sarà che non mi va di farmi raccontare tutto e proprio tutto di tutto, ma il più delle volte mi sono mosso in Murakami come ci si muove da un antiquario che espone di tutto; e io mi perdo, non vedo più niente, perché non so scegliere davanti a tutto, perché ho bisogno di vuoti, di attese, di spazi da riempire da me.

Nella bulimia concettuale e narrativa di Murakami non mi muovo bene. Mi muovo bene invece nella sua capacità di raccontarmi il sentimento dell’amore. Nell’aver intuito più degli altri che l’amore è il nodo di questa contemporaneità. Mi piace il suo modo di pensare i romanzi, il suo modo di amare i suoi personaggi. Ma non mi piace il suo modo di raccontare i suoi personaggi.

Ci sono libri più intelligenti dei loro autori. E ci sono autori più intelligenti dei loro libri. Murakami è tra questi ultimi. Lui è talmente intelligente che i suoi libri, come avessero una vita propria, un proprio ritmo e respiro, ne soffrono, soccombono. Lo temono persino, lo ubriacano di parole per impedirgli di mettere in sintesi, con la grandezza che avrebbe avuto un altro scrittore giapponese come Yasunari Kavabata, quello che pensa davvero.

Murakami racconta il potere arcaico della violenza, l’idea oscura dell’umanità senza amore, l’impossibilità di salvarsi se non si è insieme. Però la madre terra riserva i suoi tesori nel fondo delle miniere di diamanti o di platino, e nelle acque dei fiumi lascia che si trovi l’oro, ma dopo un lavoro di setaccio estenuante. Murakami conserva tesori e costringe il lettore a setacciare all’infinito. Non lo fa perché è sadico, lo fa perché è una disciplina, è una fatica, è una prova di lettura per arrivare là dove tutto sarebbe forse più comprensibile, là dove tutto potrebbe essere più intenso.

Ma io non ho questa voglia di scavare e setacciare, e neanche di scendere verso il centro della terra, o attraversare universi come fanno i suoi personaggi Aomame e Tengo. E allora dopo più di 300 pagine fittissime, in qualche caso avvincenti, e in molti altri davvero esasperanti, chiedo a Murakami il permesso di fare dei suoi romanzi quello che nessun pignolo come lui permetterebbe mai. Leggere qui e là, cercare le cose che mi piacciono senza una lettura coerente. Sperando di trovare il mio oro anche se non setaccio il letto di un intero fiume. Convinto che l’oro dopo tutto non è così importante  se devo impiegare una vita intera a setacciare per trovarlo.

Ma non pensate che mi contraddico se affermo che è vero: 1Q84 è un classico del ventunesimo secolo. Solo che è un classico che lascio indossare ad altri. Io ho un guardaroba già pieno di vestiti che mi stanno assai meglio.

[© Il Messaggero, 17.11.2012]