Molti in questi ultimi anni hanno provato a vivere senza internet per qualche giorno. C’è chi soffre di più e chi invece riesce a farcela, un po’ come il vizio del fumo. Ma nessuno si è messo in gioco in un altro modo. Rispondendo a un’altra domanda, che non è quella se è possibile sopravvivere senza web, ma è: cosa resta della malinconia, dell’assenza, del tempo senza tempo, quando non siamo più connessi. Cos’è l’assenza, la mancanza, il silenzio, senza il web?

Nessuno ha bisogno di essere informato su un evento minuto per minuto. Se l’evento non minaccia direttamente noi, o non entra nella nostra vita possiamo aspettare anche anche ore prima di saperne qualcosa. Ma il nostro mondo emotivo, il nostro bisogno di tenere un filo acceso con gli altri può fare a meno della rete? Quando qualcuno dice: non si connetteva a internet e ha lo sguardo smarrito, è perché non saprà entro mezz’ora se un disegno di legge è stato approvato? O invece perché sembra sbiadirsi una sua trama emotiva con le persone più care, che siano amici, figli, mogli, fidanzate, amanti, non importa, che non ci lascia cadere nel vuoto, e sorregge le nostre solitudini come le reti dei trapezisti salvano le cadute degli acrobati del circo?

Nessuno ha bisogno della rete per ascoltare musica, e nessuno ha bisogno della rete per informarsi, e neanche per leggere enciclopedie. Le enciclopedie esistono altrove, la musica si ascolta anche in altri modi, e i giornali si comprano in edicola. Ma non esiste nel mondo quel miscuglio emotivo di comunicazione che dà solo il web. E che è fatto di sottigliezze, di possibilità, di frasi pensate, attese. Tra un messaggio e l’altro i vuoti non sembrano vuoti, tra una frase letta o una citazione che ci consola in una giornata piovosa, si valutano i modi più diversi per rispondere.

Il web è una candela accesa nel terreno emotivo della esistenze. Non genera esistenze virtuali: illumina esistenze stanche. E lo fa con un chiarore strano, come quello che dà la luce di una candela in una stanza: mette a fuoco oggetti vicini, genera ombre ingannevoli un po’ più lontano, lascia luoghi scuri e bui in altre zone della stanza. Ci conviviamo con i chiaroscuri di senso, con la parola scritta che ci tiene compagnia, con l’attesa che è quasi una trama rovesciata di un tappeto. E non possiamo più sopportare che quei fili sottili, che siano il più banale sms o una comunicazione skype, possano spezzarsi nell’arco della nostra giornata.

Nessuno lo ammetterà mai, tutti diranno che internet è indispensabile per mille cose, ed è in parte vero. Ma il nodo è altrove, la dipendenza è una dipendenza dalla vita attiva, quando non è più il tempo di viverla in un altro modo, o quando cambiano del tutto i linguaggi con cui decidiamo di raccontare noi stessi. Pochi giorni fa un’amica scrittrice che non vedo da un anno mi ha parlato di un suo lutto recente, molto doloroso. Io ero su un treno per Milano. Lei nella sua casa di Roma. Vediamoci, le ho detto, non troviamo mai il tempo. E lei, concludendo la conversazione: «Siamo stupidi e facciamo vite troppo cariche. Ora hanno suonato alla porta, metto un sorriso e cerco di tirarmi su…».

Ho pensato al silenzio, alla scrittura che ti permette di dire cose difficili, e di capirle meglio mentre le scrivi. Ho pensato a questo mondo di realtà e fantasmi di vite che condividiamo ogni giorno. E ho pensato alla malinconia, alla saudade del web, che è diversa, perché è infinita, non è nel tempo e non è in un luogo. Perché è continua assenza e continua possibilità, comunicazione sempre presente, ma anche silenzio sempre presente. Ed è per questo che stare senza internet è come spegnere quella candela che illumina stanze che non finiremo mai di conoscere.

(Sette del Corriere della Sera)