Quante volte vi siete trovati in un gruppo di persone a guardare tutti la stessa cosa: una partita di calcio, dei fuochi di artificio, lo spettacolo di un mimo di strada, quello che vi pare. Voi in mezzo alla gente, voi assieme ad amici a fermarvi e a osservare. E poi commentare l’evento, quello che si è visto, che è uguale per tutti.

Siamo stati educati a guardare tutti dalla stessa parte e a trarre poi conclusioni e idee da quello che si guarda. A scuola tutti guardano la maestra, e poi tutti guardano lo stesso evento sportivo o musicale, e lo stesso tramonto, e la stessa ragazza che passa per strada. Tutti guardano la realtà. E la condivisione è un commento a quello che si è visto.

Poi il mondo è cambiato. E tutti sono un po’ più soli. O meglio sono tutti in compagnie virtuali, ma non parlandosi uno con l’altro. La sera tipo di una famiglia tecnologica di questi ultimi anni non è fatta di gente che parla, o guarda tutta assieme la televisione, o di uno che legge un libro a voce alta e gli altri ascoltano, ma di persone che stanno con smartphone, tablet, o computer e ognuno vive nel suo mondo. Magari anche nello stesso social network: i figli che chattano, altri che postano su facebook, genitori che twittano. In mezzo a loro la realtà è fatta di oggetti muti che non hanno più un senso, perché la vita è altrove.

Eran May-raz e Daniel Lazoon sono due registi israeliani. Hanno realizzato un corto di quasi otto minuti intitolato “Sight”. È vagamente fantascientifico e il protagonista ha una vista “aumentata”. La sua vista gli permette di aprire applicazioni continue che gli consentono di vedere cose in più rispetto alla realtà, e a integrarla. Un incubo? O semplicemente un esperimento creativo dei due giovani registi? Mica tanto. Google metterà in commercio i Project Glass, ovvero gli occhiali che aprono applicazioni e danno la possibilità di vivere dentro una realtà aumentata, come se il mondo fosse un desktop in cui muoversi e agire, e questo entro il 2014. Mentre già tra sei mesi gli occhiali saranno a disposizione degli sviluppatori.

Cosa accade allora? Accade che la magica parola condivisione si svuota di tutto. Perché di questo passo sarà il digitale e non il reale a prendere il sopravvento. Ovvero, in una famiglia dove tutti metteranno i Project Glass di Google, accadrà che si metteranno a guardare tutti la stessa parete bianca, ma ognuno con i propri occhiali vedrà ad esempio un film diverso. Non è fantascienza accade già oggi, solo in un modo più silente. La pallina da tennis di quelli che giocano con la Wii la vede solo chi gioca, e non gli altri, gli amici con cui si parla, ci si confessa e si scherza, non li vedono le altre persone che convidividono lo stesso luogo dove state, perché ognuno se li tiene nel proprio dispositivo.

“Sight” non è un incubo futuro, ma è una riflessione sul presente che ha già cambiato i parametri della conversazione, e ha già modificato le relazioni sociali. Tutto è un’applicazione. Tutto esiste nel momento in cui si abbina a qualcosa. Vuoi sapere con chi sono e dove sono? Aspetta che te lo mostro con Istagram e posto la foto. E quelli che sono con te in quel momento, che siano genitori, figli, amici, mariti o amanti, posteranno a loro volta te che sei con loro.

“Sight” anticipa i Project Glass di Google portandoli all’estremo. E bisogna prendere atto di una cosa: il web ha abolito il corpo, rendendolo immutabile dentro icone o avatar, e l’immutabilità non è propria del tempo perché lo ferma. In questo tempo fermo, tra queste icone di realtà ci muoviamo nel futuro. Dentro non luoghi che si sovrappongono a luoghi che perdono di identità. Case riempite di applicazioni virtuali che vediamo solo noi. Persone che ci stanno accanto che non vediamo più. E l’assenza diventerà la più nitida forma di presenza che ci potremo permettere nel futuro.

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Il sogno di scrivere Cotroneo