Ci sono quelli che arrancano con web e smartphone, e di solito sono persone di una certa età, e poi ci sono i cosiddetti “nativi digitali”. Chi sono i nativi digitali? Quelli che sono nati che i computer esistevano, quelli che hanno avuto il primo telefono cellulare che era quasi uno smartphone, quelli che hanno raggiunto l’età della ragione con un tablet in mano, quelli che hanno più app sull’iPhone che cravatte nell’armadio.

Il nativo digitale dovrebbe sapere tutto del digitale: ci è nato. E invece di solito il nativo digitale non sa nulla. Perché è abituato a utilizzare strumenti che imitano di continuo la realtà: computer che riproducono scrivanie reali, testi che imitano i libri di carta. Il nativo digitale gioca al computer in ambienti tridimensionali assolutamente realistici, cerca una strada sul web con google maps e la percorre proprio, può vedere l’aspetto degli edifici, i portoni.

Il nativo digitale può fare a meno del digitale, per intenderci, perché nella vita – e perdonate il gioco di parola – vive in un mondo analogico utilizzando una tecnologia digitale. E accade qualcosa di inedito:  coloro che sono nati con i computer, ma ancora di più con i tablet e i dispositivi touch, inventeranno un mondo analogico (e mi piacerebbe dire un “mondo analogo”, dal libro del grande René Daumal) che non è quello vero, ma è un analogico rivisitato.

Faccio due esempi concreti. Le mappe e i libri. Un tempo viaggiatori e navigatori portavano con sé mappe geografiche che erano continue approssimazioni, obbedivano a regole condivise, ma non erano la rappresentazione del territorio da esplorare su carta, bensì una proiezione. Ci voleva una capacità mentale di tradurre la mappa per utilizzarla. Oggi le mappe fingono di essere il luogo, perché riproducono quello che vedremo. E non c’è il cerchietto di una città, la linea di una strada. C’è la strada, fotografata, esplicita, c’è il percorso, la simulazione del cammino persino.

La stessa cosa accade con i libri. Perché l’ebook stenta a imporsi, e si continuano a vendere, nei fatti, i libri di carta? Non c’è nessun vantaggio in un libro di carta: costa molto, è antiecologico, si deteriora in 50 anni, è pesante, e non si può ingrandire il carattere di stampa. E poi: non è indicizzabile. E se lo sottolinei lo rovini. E le pagine, alle volte si staccano.

Nonostante tutti questi svantaggi la carta regge benissimo, e i vecchi volumoni rimangono il modo più efficace per trasmettere la cultura scritta. L’ebook non funziona ancora perché imita il libro di carta, con le pagine che si sfogliano, con l’inchiostro elettronico, e via dicendo. Solo quando l’ebook cambierà il libro sarà la rivoluzione. Perché non cambierà il modo di leggere, cambierà la letteratura.

Il romanzo si adattava alla tecnologia di un libro. Uno scrittore poteva immaginare al massimo un testo con delle immagini. Oggi uno scrittore può immaginare parole e immagini, ma anche video, musica, e altro ancora. Se posso fare tutto questo come cambierà il mio modo di scrivere? A quel punto l’ebook non sarà più il digitale che imita un oggetto fisico. Ma un’altra cosa: sarà tutto assieme, una somma di linguaggi che un tempo rimanevano distinti finiranno in opere nuove, che non sappiamo ancora definire, ma che toglieranno spazio immaginativo ai lettori, perché tutto si può vedere, ascoltare, ritrovare. Il rischio è togliere spazio al lettore, limitare la sua capacità di pensare le cose. Che poi tutto questo possa portare a un’impoverimento simbolico delle nostre vite si potrebbe discutere a lungo. Un tempo la prima cosa che si imparava a scuola era leggere l’ora dalla posizione della lancette dell’orologio. Oggi l’ora è scritta sui cellulari. L’analogico chiede immaginazione e creatività. Il digitale di domani ne potrà fare a meno?

(Sette del Corriere della Sera)