Cosa chiediamo agli scrittori oggi? E cosa chiediamo ai libri? Perché passiamo ore, giorni, alle volte notti intere, a sfogliare le pagine di un romanzo? La risposta, purtroppo (e sottolineo purtroppo) di questi tempi cambia di giorno in giorno.

Cosa chiediamo agli scrittori è una domanda che si sono fatti anche Claudio Magris e Mario Vargas Llosa, in una sorta di dialogo incrociato, ma non sempre simmetrico, pubblicato da Mondadori sotto il titolo La letteratura è la mia vendetta (pp.72, €10). Un libro sulla scrittura, sul perché leggere i romanzi, sul tempo della vita, sull’impegno degli scrittori, sulla società di oggi, dove in poche pagine si parla di tutto. Dei tempi narrativi e del romanzo classico, di Ulisse e dell’Odissea e persino di Berlusconi. E anche dei libri di Magris, e di quelli di Vargas Llosa.

Ma la cosa che più mi colpisce di questo dialogo è quanto rimane sottotraccia, un’ansia profonda che è di Magris e che è di Vargas Llosa, sul significato, sul ruolo che ha la letteratura oggi, il romanzo oggi. L’ansia che viene dalla consapevolezza che il mondo, la capacità di percepire le storie, corre a una velocità diversa rispetto alle narrazioni, rispetto allo scrivere romanzi. Come se ci si allontanasse a una velocità che non si prevedeva.

La contemporaneità fa male al romanzo perché appiattisce la prospettiva, perché la contemporaneità – termine generico ma utile in questo caso – esige un unico tempo, un unico modo per guardare le cose. Ed esige una comprensione, una sensibilità che sia condivisibile dal maggior numero possibile di persone.

Condividere è parola usatissima, e ovviamente anche assai abusata. Ha un significato positivo, conduce alla possibilità di mettere assieme esperienze e mondi, e certamente anche un sentire comune. Ma condividere è anche mettere tutto assieme, in un calderone mescolato dove il risultato è unico per tutti. Il modo di scrivere, di raccontare, di vestirsi, di sognare, di ascoltare musica, persino di ballare, persino di guardare, diventa uno solo, finisce per assomigliarsi per tutti.

Ma è il modo di raccontare a essere sconvolto da questa condivisione omologata. Perché è il più sottile, perché è il più fragile, perché è come una conchiglia sbattuta sugli scogli dalle maree. Non c’è possibilità: la letteratura racconta il moderno, racconta quanto accade come fa Ulisse con Penelope, quando ritorna a Itaca. Racconta l’avventura del mondo con parole cangianti che non sono soltanto narrazione, sono un mondo altro. Magris dice una cosa geniale nelle pagine di questo libro. «Il romanzo può essere narrato soltanto in un modo rotto, spezzato, agglutinante, e disperso… È troppo facile, in un romanzo, dire di un personaggio che è triste; occorre far sentire la sua tristezza, dichiararla, nel modo in cui si accende una sigaretta o guarda fuori dalla finestra».

È proprio vero. Solo che la velocità del mondo, il dramma della contemporeaneità è quello di avere solo metà di questa possibilità. La scrittura oggi è rotta, spezzata e dispersa. Ma nessuno sa raccontare con quanta tristezza ci si può accendere una sigaretta. Tra una scrittura paratattica imperante, e la scrittura ipotattica dei grandi scrittori si è aperta una forbice che ci impedisce di capire il mondo e di capire chi siamo. Così ci raccontiamo senza raccontarci, pensando che immediatezza e rapidità, nitidezza e maniera nel narrare possano sostituire la complessità del tempo, cambiare le carte in tavola della nostra sensibilità.

E allora è del tutto chiaro che abbiamo sempre meno bisogno di leggere e sempre più bisogno di scrivere. Perché la scrittura provoca l’illusione della vita, mentre la lettura è la realtà quando strappi il velo di Maya, e mostra un volto del mondo che non vuoi vedere. Per questo la letteratura è sempre trasgressiva, e gli scrittori sono pericolosi per i regimi: perché generano lettori consapevoli. Per questo nelle epoche di crisi i lettori veri scompaiono, e lasciano il posto a un modo dove sono tutti scrittori. Scrittori di tutto, dai romanzi ai social network, e inconsapevoli di tutto, naturalmente.

[© Il Messaggero, 6.10.2012]