Con tutta la simpatia, la passione, per la modernità e le possibilità che ci regala il web, ogni tanto ti viene lo sconforto. E ti chiedi se tornano i conti. Sui social network la maggior parte delle persone gioca a far rimbalzare notizie di ogni genere mettendole tutte sullo stesso piano. Per una settimana mi sono letto gente che commentava Siri, l’assistente vocale dell’iPhone, ora in italiano, e le chiedeva come si sbucciano i gamberetti. E mi sono letto articoli sul consigliere regionale del Lazio Franco Fiorito, con foto, espressioni, dichiarazioni che erano sempre le stesse.

L’effetto è mostruoso. La vicenda di Fiorito è di chiaro interesse pubblico, ma moltiplicarla per un milione di articoli, spezzoni di video e quant’altro che dicono le stesse cose è peggio della “cura Ludovico” di Arancia Meccanica, quando Alex, il giovane teppista londinese, viene bombardato giorno e notte dalla musica della nona sinfonia di Beethoven, fino a fargli odiare il suo compositore preferito. Figuratevi con Fiorito: che non è proprio Beethoven e neppure il nostro politico preferito.

Il rischio di dover subire la “cura Ludovico” sul web è molto serio. Non solo tutto quello che si scrive e si pensa finisce per assomigliarsi ma si perdono i confini delle cose. Il punto sta nella velocità di acquisizione delle informazioni e nel contesto. Non c’è più il tempo del giudizio, lo spazio che ti serve per decidere se una cosa è giusta, se la condividi oppure no. Un tempo si diceva: ci dormo sopra e poi decido. Oggi non si dorme più e si decide prima di pensare, perché il pensiero è diventato un lusso che si possono permettere solo gli asceti.

La velocità del web porta a opinioni e citazioni compulsive. Leggo una frase su un muro che mi piace? La twitto subito. C’è uno scorcio da fotografare? Prendo lo smartphone e lo fotografo. Non ci sono più spazi vuoti della coscienza dove far sostare le opinioni e le idee, dove lasciarle maturare con calma, controllando il colore, il sapore delle cose, come si fa con il buon vino nelle botti di rovere. Persino la poesia, che è la poesia, viene riutilizzata sul web con velocità, immediatezza, come un flash di bellezza e di senso di cui c’è sempre più bisogno.

Va detto una volta per tutte: il desiderio di trovare bellezza, intensità, passione, emozione e poesia sul web è strettamente connesso alla bruttezza del mondo di questi ultimi anni. Alle volgarità che il web veicola con più velocità e più incisività del passato. Ne esce un desiderio estremo, alle volte disperato, di essere tutti poeti, tutti scrittori, tutti con una spia accesa sul mondo che vorremmo, sul mondo che sogniamo. E si diventa tutti rabdomanti, smartphone alla mano, alla ricerca di un paesaggio, di una frase, di un verso, di un motto di spirito o di un aforisma da condividere, proprio perché c’è assoluto bisogno di riscattare il degrado dell’intelligenza e del paesaggio, di tenersi lontani dalle frasi vuote e senza un vero significato, di difendere la poesia e l’arte disprezzate e finite nell’oblio.

Il web è uno specchio deformante perché amplifica la volgarità del presente fino a renderla grottesca, paradossale, come certe scene del Fellini più onirico: attraverso un vortice di link collegati uno all’altro che diventa un gioco di specchi. La locuzione latina repetita iuvant oggi non è più valida. Non giova ripetere le cose fino a questo punto: più ripeti e meno percepisci il valore e la dimensione vera di quanto accade. Il grottesco e la volgarità si nutrono del web. Ma anche la bellezza, l’intensità, la cultura hanno una nuova vita nel web. Come un effetto di reazione, come un’estrema resistenza alla deriva del brutto. Solo che tutto coesiste, a volte dentro lo stesso link, come fosse la logica degli opposti di Eraclito. E come la vita, dopotutto.

(Sette del Corriere della Sera)