L’assenza e la voce di Antonio Tabucchi
Sulla copertina dell’ultimo libro di Roberto Cotroneo (Questo amore, Mondadori 2006, 16 euro) il sottotitolo recita “romanzo”. Ma dietro questa formulazione che rimanda a un genere ben preciso c’è in realtà una narrazione che elude le convenzioni romanzesche classiche frastagliandosi in una prosa che partecipa di più generi: il diario intimo, il frammento narrativo e quello lirico, il poema in prosa, il monologo interiore, il “ragionar d’amore” del trattatello antico. E del resto il protagonista, Edo, trasognata figura di libraio sospeso in un’aura di piccolo mistero, che senza essere poeta ha con la poesia un legame sotterraneo e magico, dichiara: ‹‹I romanzi non mi piacciono. Perché continuano sempre e non si interrompono mai da soli. E la vita è fatta più di interruzioni che di storie››.
In effetti Questo amore è la storia di un’interruzione, di uno iato, di una sospensione, di un’assenza, di un’attesa, e solo in apparenza (cioè se ci si limita alla trama) è “una storia semplice” come suggerisce il risvolto di copertina. Anche quello di Félicité (la vecchia cameriera di Un cuore semplice di Flaubert, che ha passato la vita a voler bene a tutta la famiglia che ha servito e non avendo più nessuno a cui voler bene lo vuole al suo pappagallo impagliato) è un cuore “semplice”. Ma di quella “semplicità” misteriosissima e abissale (i semplici di cui sarà il regno dei cieli nel discorso delle beatitudini del Cristo) nella quale ci possiamo smarrire più che in una complicata intelligenza.
Ridotto schematicamente, Questo amore è la storia dell’intenso rapporto di due persone che si amano interrotto bruscamente dalla sparizione di lui. Una partenza senza spiegazione, un andar via non si sa dove e non si sa perché, quella sorta di suicidio bianco immotivato (e al contempo colpevolizzante per chi resta) delle persone che, continuando a vivere, si sottraggono al mondo dei viventi. E qui la storia romanzesca si ferma, come voleva Edo nella sua bizzarra analisi del romanzo e, se così posso dire, “comincia l’interruzione”, perché comincia l’attesa di Anna, la donna di Edo.
Ma l’attesa non è un evento, è una stagnazione del tempo; e allorché il tempo si interrompe anche la forma narrativa del libro cambia: nel galleggiare della sospensione non può più esserci una narrazione che riporti la successione delle ore e dei giorni, perché il quadrante si è rotto. A conservare come in una teca il tempo che si è fermato, a salvarlo, interviene la poesia – la stessa poesia che aveva fatto da pronuba all’amore fra Edo e Anna.
In mancanza dell’oggetto visibile dell’amore resta la Voce. Una voce con funzione salvifica che non viene dall’esterno (il mondo, fuori, è sordo) ma dall’interno della protagonista sospesa nel suo incantesimo. Una voce simile a quella di coloro che i Padri della Chiesa chiamavano Akusmata, e che solo i privilegiati possono sentire, perché solo chi è un akusmaton, cioè sintonizzato sulle voci celesti può intendere; oppure, come più laicamente nella poesia Le guetteur mélancolique (“L’osservatore malinconico”), Apollinaire dice dei pastori che sostenevano di sentire voci angeliche, ‹‹capivano ciò che credevano di sentire››. E a questo punto il “romanzo”, fino alla conclusione che autorizza un’ipotesi sorprendente, si fa voce: lacerti di poesia che arrivano dall’etere, vaganti nelle onde dello spazio, e che entrano nella pagina a riempire con la loro presenza il vuoto e l’attesa della protagonista. E naturalmente queste voci non hanno “padrone”: i poeti che le hanno pronunciate non contano e sarebbe vano e inutile citarli. La loro voce, invece, è viva, perché la voce è vita. L’omissione degli autori delle poesie non sembri dunque un gioco gratuito proposto alla perspicacia del lettore (che naturalmente, se lo desidera, può anche giocarlo misurandosi in un quiz che gli farà scoprire o ritrovare grandi poeti moderni), ma è funzionale a un libro fondato sull’attesa e sulla memoria.
Evocati da questo libro guidato da una sobria emozione e visitato dalla poesia, alla mia memoria sono riaffiorati dei versi con i quali vorrei concludere le mie riflessioni:

Ho ragione a provare nostalgia,
ho ragione ad accusarti.
C’era un patto implicito che hai rotto
e senza accomiatarti sei partito.
Hai fatto detonare il nostro patto
hai fatto detonare la nostra vita,
la comune acquiescenza del vivere
e dell’esplorare i percorsi del buio
senza scadenze senza consultazione senza provocazione
finché non sia arrivato il momento delle foglie
che cadono nel momento di cadere.
Hai anticipato l’ora.
Le tue lancette sono impazzite, facendo impazzire
le nostre ore.
Che altro potevi fare di più grave
se non quell’atto senza seguito, l’atto in sé,
l’atto che non osiamo né sappiamo osare
perché dopo di esso non c’è nulla?
Ho ragione ad avere nostalgia di te
della nostra frequentazione fatta di un parlare fra compagni,
di una semplice stretta di mano o ancora meno, voci
che pronunciavano sillabe risapute e banali
e che erano sempre certezza e sicurezza.
Sì, ho nostalgia.
Sì, ti accuso perché hai commesso
ciò che non è previsto dalle leggi di amicizia e di natura
e neppure ci hai lasciato il diritto di indagare
perché lo hai fatto, perché sei partito.

Sono versi di Carlos Drummond de Andrade (1902-1987), un poeta molto amato da Edo e Anna. La poesia, intitolata A un assente, è inedita in italiano e l’improvvisata traduzione è mia. La dedico all’autore di Questo amore e ai lettori del libro.

[2006]