Credo di dover dire che le recensioni letterarie vanno scritte in un modo diverso, e che è finito un tempo lunghissimo in cui sui giornali o si faceva il verso ai saggi letterari importanti, oppure si faceva il verso ai giudizi semplici ed elementari, del tipo: leggete questo libro, oppure non leggetelo.

Questo ha reso la pratica delle recensioni sui giornali vecchia, polverosa, poco attraente per lettori che nel frattempo sono radicalmente cambiati. E non vogliono sapere se un libro è bello oppure no: quello lo decidono da soli. E neppure sapere di che parla un libro: per quello esistono i siti internet o le alette di copertina. E allora vogliono sapere se in questo benedetto mondo iper-connesso autori e critici sono capaci di usare la pietra focaia, come facevano gli uomini delle caverne, e riescono ad accendere idee, e riescono ad andare oltre un libro, e arrivare fino alle vite individuali, toccare argomenti che prima forse non esistevano, e fare con i libri parafrasando un celebre verso: quello che la primavera fa con i ciliegi.

Perché i libri si possono amare se si ama il mondo, e si amano le idee. E se le idee si lasciano amare. Immodestamente (in certi casi trovo la modestia poco elegante) sto affinando questa idea da circa un anno su queste colonne.

Allora l’ultimo libro di racconti di Nathan Englander, Di cosa parliamo quando parliamo di Anne Frank (Einaudi, pp.193, 19 euro) mi è piaciuto moltissimo, ma lo sapevo già prima di leggerlo. E il fatto che mi sia piaciuto è un dettaglio veramente marginale. La cosa importante che mi ossessiona la mente dopo aver letto questo scrittore folgorante, intelligente, profondo, acuto, capace di una scrittura da invidia vera, è che questa raccolta di racconti è capace di un pensiero e di un dolore che diventano comici, e poi tornano dolorosi, come un’altalena che non ti sfianca, ma porta la tua vita a oscillare assieme alla lettura di questi racconti; e dunque ti smuove, e ti toglie la tentazione di stare fermo, di ripiegarti su te stesso, di morire, in fondo.

E non ho neppure voglia di raccontare in questo poco spazio chi sia Englander, ebreo di New York, scrittore degno di Grossman, di Yehoshua, di Oz, e superiore a Roth, al Roth di questo momento intendo. Chiunque con uno smartphone è in grado di controllare la sua biografia su wikipedia, mentre mi sta leggendo.

Allora perché mi sorprende Englander? Solo perché ha una bellissima scrittura? Tutti i grandi scrittori scrivono bene. O perché è capace di raccontare il modo di vedere il mondo di un figlio di ebrei ortodossi? O perché affronta l’Olocausto in una maniera diversa e sghemba rispetto a tantissimi altri scrittori. Va bene, sì. Così ho saldato i conti con le solite definizioni.

Ma questo libro mi ossessiona perché mi mette di fronte alla parola, al verbo, che di solito sta in principio delle cose, certo. Ma qui è conseguenza di tutte le cose. Qui è la rete invisibile in cui ci muoviamo per le nostre vite, e proviamo a capirle. E la lingua è un incerto modo per adeguare il nostro pensiero alla realtà del mondo. E la letteratura è l’arte di fare di pensiero e immaginazione qualcosa di ancora più profondo, perché la scrittura letteraria è un pensiero, un racconto che si compiace di stesso, attraverso una forma spezzettata, polverizzata.

Englander racconta di essere nato in una famiglia di ebrei ortodossi, dove tutto era o bianco o nero. Ed è per questo che è ossessionato dalle zone grigie. Anche io sono ossessionato dalle zone grigie, consapevole che la scrittura è tutta nelle saturazioni di grigio che assorbono le parole che scrivi, le vite che immagini, il futuro che vorresti raccontare, persino l’amore. O forse soprattutto l’amore. Englander mi ricorda che davanti alla scrittura siamo tutti uguali, come siamo tutti uguali davanti a quel Dio che per lui è prima di tutto un nodo teologico, e al tempo stesso una strada per tornare a casa.

Gli scrittori veri sono tutti uguali davanti alla scrittura, spaventati e guerrieri, mai rassegnati. Come lui. Capaci di farsi la domanda più vera di tutte: di cosa parliamo quando stiamo in silenzio prima di cominciare a scrivere?

[© Il Messaggero, 15.9.2012]