Dovevo arrivare alla mia età, e dopo trent’anni che conosco Alberto Arbasino per accorgermi all’improvviso che è uno scrittore latino-americano. E che se lo leggi come fosse un Guimaraes Rosa, o un Borges, un Puig o un Vargas Llosa allora ti spieghi il perché non riusciamo a collocare Arbasino in una storia della letteratura italiana con una certa coerenza. Quest’idea mi è venuta leggendo, e devo ammettere con la solita passione che ho da sempre per lui, i Pensieri selvaggi a Buenos Aires (Adelphi, pp. 125, €10). Un libro che non parla solo di Argentina, ma in generale di tutta l’America Latina, e anche di Brasile. Un libro che si chiude con una strepitosa e laconica intervista a Jorge Luis Borges, che il nostro ha fatto nel lontano 1977. Dove Borges dice due cose, tra le altre, che togliono ogni stabilità a qualsiasi mente letterariamente sana. La prima è che non gli piacciono i romanzi e i romanzieri perché sono artificiosi. E quindi che lui non legge e non ha letto romanzi (eccetto Conrad). La seconda è che Borges trova Borges uno scrittore e una persona noiosa, e convivere fino a 77 anni con Borges è stato per Borges una fatica.

Se incomincio dal rovescio nel recensire questo libro, e soprattutto procedo a sprazzi, è per dire che in realtà neppure Arbasino è davvero un romanziere. Ma è un autore di corsi e ricorsi narrativi della contemporaneità visiva, estetica come nessun altro. Le prime pagine di questo libro sono folgoranti, se fossero state scritte in spagnolo capiresti quanto ci sia del genio in questo uomo. Non aderisce mai a nulla, si tiene a distanza da ogni forma di kitsch, di epica letteraria, da ogni luogo comune, ma poi gioca con i luoghi comuni da maestro. Arbasino è di quelli che ti dicono che non devi scherzare con il fuoco, e ma poi costruiscono cattedrali fatte di fiammiferi. E cattedrali bellissime, s’intende.

Allora leggerlo mentre parla di tango e di quel prodigio della mente, prima che luogo geografico, come Buenos Aires è una festa della letteratura. E non per i motivi per cui Arbasino è solitamente celebrato. Non mi ha mai impressionato il suo snobismo, e neppure ritengo che la sua scrittura sia da elogiare perché elegante. Come tutti gli scrittori davvero eleganti Arbasino non lo sa di scrivere in modo elegante. Come tutti gli scrittori ossessionati da Carlo Emilio Gadda, usa la lingua per raccontare, e non per raccontarsi.

Alberto Arbasino è uno scrittore ammirato e non imitato, perché è inimitabile il suo punto di vista sul mondo. A un certo punto scrive: «E piove. Tristes Tropiques più Pensée Sauvage. Afflizioni anche generalistiche contristano gran parte delle emozioni metropolitane, soprattutto nei quartieri principali e storici di tutta questa Capitale: benché destinazione marittima tanto vagheggiata, evidentemente Buenos Aires ha sempre voltato le spalle all’Oceano, come per rimirare il proprio Centro». Definizione di Buenos Aires così fulminante non l’avevo mai letta. E allora quando dialoga con Borges nella parte finale del libro, e si tiene a distanza come un accordatore di pianoforte mantiene un contegno mentre accorda uno Steinway, capisci che in questo scrittore, autore di romanzi come Fratelli d’Italia, c’è un percorso che nessuno ha dimenticato, e che nel suo diventare di moda ha perso qualcosa, ma nel suo oscillare nelle discrete zone desuete della sua letteratura, assai lontane dalla scrittura che oggi praticano ormai tutti, c’è il suo punto di forza.

Arbasino è questo: è un crinale, una cresta d’alta montagna, una musica lontana che però non ti levi dalla testa.  È lui quando corregge all’infinito i suoi testi e anche i tuoi (ricordo un’intervista con me vent’anni fa per Fratelli d’Italia, con un editing continuo). È un individualista che crede alla letteratura con moderazione, ma crede soprattutto al fatto che scrivere può essere un vivere elegante, e che la buona scrittura è come un paesaggio emozionante come una battuta fuori luogo, purché geniale. Ma soprattutto che scrivere è uno dei modi migliori per rendere la vita più densa, e più nitida. Dunque più sincera.

[© Il Messaggero, 22.9.2012]