Qualche giorno fa mi sono accorto che una decina di amici e buoni conoscenti non erano più tra le persone che seguivo su twitter. I motivi per cui accade questo sono spesso così complessi che uno rinuncia a chiederselo. Solo che non basta riaggiungerli subito. Si creano degli enigmatici psicodrammi.

Dopo poche ore che la rete aveva decretato l’eliminazione di alcune persone tra quelle che seguivo, ho cominciato a ricevere messaggi strani. Del tipo: «se ci sono problemi, se ho scritto qualcosa che non andava bene potevi almeno parlarmene…». Gli aspetti più interessanti di questi messaggi sono due: il primo è che spesso con queste persone non ci si è mai scambiati una parola vera e propria, ma solo scrittura. Il secondo è nel dubbio amletico, nella ricerca del motivo.

Naturalmente ho rassicurato la maggior parte delle persone: non avevo deciso di far scendere la mannaia della censura su nessuno, e avrei recuperato le persone perdute nell’universo oscuro della rete. Ma non basta, il dubbio rimane. Per quanto tempo non li avevo più seguiti? E qual era il motivo recondito di un gesto come quello? A dar la colpa alla rete, al solito internet, son capaci tutti. Può essere che in un raptus io abbia deciso di punire – per opinioni, tweet o altro ancora – una serie di persone che mi stavano antipatiche. E poi abbia deciso, in un raptus opposto di riaggiungerli. Ma in quel vuoto, soprattutto tra quelli a me sconosciuti, quelli con cui non ho mai parlato se non via internet, cosa è successo? Quali sofferenze e incomprensioni si sono innescate?

Le amicizie sul web sono complicate. Ma sono ancora più complicati i litigi. Perché di questo si tratta alle volte. Mi hai defollowato perché non mi piace Shakira. Preferisci Don De Lillo a Philip Roth. Oppure: mi cancelli perché twitto troppi video di Elton John.

In realtà sono dispute teologiche travestite da litigi tra amici, e che non sono amici e neppure conoscenti eppure si comportano come tali. Da che mondo e mondo si litiga per una mancanza di riguardo, per una gelosia, per una parola detta d’istinto e offensiva. Si litiga negli affari e negli amori, e si litiga o ci si allontana per motivi molto intimi e personali. Sui giornali invece si è sempre litigato sulle idee, con discussioni pubbliche e attraverso polemiche e scambi, e questo lo chiamiamo dibattito. Sui social network invece la sottile linea d’ombra tra pubblico e privato è diventata un nuovo territorio grande come una prateria: e si litiga su argomenti pubblici con modalità private. Ovvero si discute di temi che potrebbero essere dibattuti su un giornale, ma con un carico di emotività che è degna di una cena intima.

Il risultato è paradossale. Offendi gente che non conosci perché la trascuri. E trascuri gente che conosci perché ritieni che in un social network non sia così necessario dialogare con gli amici stretti. Per quello c’è il telefono, o al massimo ci si vede. Solo che gli amici più intimi non ritengono più di avere con te solo un rapporto privato e personale, vogliono che dentro quell’amicizia ci si possa ritagliare anche una parte pubblica, offerta a tutti gli sconosciuti, come una finestra aperta sul mondo.

E persino i fidanzati qualcosa se la raccontano anche sui social network, così per gioco, o per una necessità emotiva. Perché il raccontarsi sui social network non è solo mettere contenuti privati, ma è un tentativo di svelare il proprio continente emotivo: “épater le follower”, potremmo dire.

Così diventa tutto un gigantesco reality, anche se parziale: metti una parte della tua vita privata in pubblico, non tutta, ma quanto basta, liti incluse. Saranno tempi duri, in futuro: si romperanno amicizie senza un perché. Ma soprattutto si romperanno amicizie mai nate. Per colpa di una nuova categoria: i permalosi virtuali.

(Sette del Corriere della Sera)