Non troppi giorni fa soprattutto su facebook hanno cominciato a circolare una serie di fotografie di Bartolomeo Vanzetti e Nicola Sacco. Soprattutto la foto dove loro erano in manette negli ultimi giorni del processo. Accadeva perché era il 23 agosto, l’anniversario dell’esecuzione dei due anarchici italiani accusati ingiustamente di omicidio. La scorsa settimana su twitter e su facebook sono cominciati i commenti in ricordo del tragico assassinio a Parlermo, avvenuto il 3 agosto 1982, del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e di sua moglie Emanuela Setti Carraro, e lo stesso è accaduto per la scomparsa, il 31 agosto scorso, del cardinale Carlo Maria Martini.

Il web non soltanto non dimentica ma è un’occasione rituale, un modo di condivisione che altrimenti non esisterebbe in questa forma. Anche la storia – dopo la scrittura, dopo le emozioni, dopo persino l’amore – prende dai social network nuova linfa e nuova intensità. È accaduto anche il 25 agosto scorso con la morte di Neil Armstrong, l’astronauta che per primo scese sulla luna. Accadrà sempre di più.

Se prima dei social network gli eventi storici venivano rivisitati, ricordati in una forma unilaterale, con i giornali che pubblicavano articoli, le reti televisive che mandavano in onda filmati o programmi costruiti ad hoc, oggi quello che conta non è ascoltare qualcuno che ti ricorda e ti spiega chi era Neil Armstrong, Sacco e Vanzetti, Dalla Chiesa o il cardinal Martini. Oggi ognuno porta un piccolo lumicino tra le mani, che è un tweet, che è un post di facebook, che è una fotografia pescata dal web e che ha un significato emotivo, e la condivide con gli altri.  Il ricordo, l’emozione, i sentimenti di giustizia e di ingiustizia, il voler condividere non sono soltanto un ricordare qualcosa che ci ha impressionati, o che è una pagina difficile della storia della propria nazione e della propria comunità, ma si arricchisce di storie, di invenzioni.

La domanda un tempo era sempre la stessa. Dov’eri, cosa stavi facendo, quando sono crollate le due torri l’11 settembre 2001 a New York? Nell’era pre-social network erano domande fatte a persone importanti che rispondevano sui giornali. Le persone comuni leggevano e si chiedevano cosa stessero facendo anche loro. Ma oggi tutti rispondono, e soprattutto tutti sentono il desiderio di dirlo, di raccontarlo al mondo.

Non è solo un grado più alto di condivisione degli eventi nella vita di ogni giorno. Non è solo un allargare i discorsi che si fanno con gli amici in salotto in qualcosa di molto più ampio, come si fosse tutti opinion leader. È molto di più. È una comunità immensa che moltiplica storie e ricordi, è una storia che diventa magmatica, una micro storia alla Braudel che diviene macro storia vissuta come fosse scritta da tutti e per tutti.

E allora la scomparsa del Cardinal Martini non è solo partecipazione della folla che ha atteso ore per rendergli omaggio in Duomo a Milano. Ma di una folla che mentre era in fila, e senza che questo possa apparire sacrilego o irrispettoso, twittava le sue sensazioni, la sua tristezza e la sua ammirazione verso quel grande uomo.

E cosa significa questo nella coscienza delle persone? Significa che in un certo senso, in un senso che ancora non sappiamo del tutto, la capacità di scambiarsi storie ed emozioni private in situazioni pubbliche è una nuova forma di civiltà. E allora la folla non è più un’indistinta emozione, come alle partite di calcio quando la nazionale vince la finale della coppa del mondo. La folla non è più un’indistinta rabbia quando accade qualcosa di ingiusto. Perché oggi la folla non è più una folla. Sono nomi storie, ricordi nitidi di quello che un tempo chiamavamo un sentire comune. E che oggi è un narrare, un raccontare individuale. Perché prima le folle entravano nella storia senza distinzione, oggi ci si entra singolarmente, ognuno con una storia tutta sua.

(Sette del Corriere della Sera)