Io non lo so se David Foster Wallace sia lo scrittore più innovativo della letteratura americana a cavallo dei nostri due secoli. Non so se sia il più grande scrittore americano degli ultimi anni. Ho dei subbi serissimi, sia sull’innovazione sia sulla sua scrittura. Non mi convince spesso, e non mi convince non tanto il suo modo di raccontare, quanto un suo modo molto mondano ed elementare di considerare la letteratura. Io amo gli scrittori di sfumature interne, non di sfumature esibite e gridate. Amo gli scrittori ambigui senza volerlo, ambigui per l’impossibilità di non esserlo. Non ambigui come programma narrativo. Amo i narratori di storie e non i narratori di cose.
Quello che posso dire però è che Il tennis come esperienza religiosa, appena pubblicato da Einaudi Stile Libero (pp.90, € 10.00) è un libro che l’editore torinese ha fatto bene a tradurre e a pubblicare perché è la risposta letteraria, vera, autorevole a tutte le sfumature di grigio, di nero e di rosso che vanno per la maggiore – se così si può dire – in libreria di questi tempi. Nel senso, e che nessuno si indigni, che Il tennis come esperienza religiosa, è in tutto e per tutto un libro pornografico.

Ora immagino già le facce dei dirigenti editoriali, dei lettori che hanno il culto di Wallace, di quelli che costruiscono monumenti su autori e cose. E immagino che si chiedano cosa mi sia saltato in mente, e perché parlare di pornografia a proposito Pete Sampras, degli Us Open, e di quel gran genio di Roger Federer.
Ne parlo perché la pornografia non ha sempre e solo a che fare con il sesso. Esiste una scrittura pornografica che entra nella descrizione delle cose, nel voyeurismo della descrizione, nella mera descrizione di tutto quello che l’autore vede, come accade in questo libro, fino a restituirti dettagli che non servono, fino a toglierti ogni immaginazione, fino a cancellarti come lettore, come lettore attivo, quello che da che mondo e mondo deve completare il testo che legge con la sua di immaginazione, con la sua testa, con la sua intelligenza.
Wallace descrive tutto. E più descrive, più stanca. E più lo fa, più dimostra di essere un narratore fotografico, l’obiettivo più nitido che si possa immaginare. Solo che la sua nitidezza non serve a vedere più a fondo, non serve a scorgere cose che non si vedono, serve a vedere meglio la superficie delle cose, allarga il campo. È stranamente, per usare una metafora fotografica, un grandangolo che si crede un teleobbettivo. Schiaccia le prospettive, avvicina gesti atletici, movimenti, il gioco, il pubblico sugli spalti, non ragiona mai davvero sulla partita, ma trasforma l’osservazione maniacale in ragionamento, il dettaglio in afffresco generale. Ingrandisce le cose fino a renderle innaturali, ma senza riuscire però a trasformare l’innaturalità in una vera e propria estetica, in un immaginario letterario nuovo, inedito. Il problema di Wallace è che è un imitatore di se stesso. Si imita, si lascia imitare e imita coloro che lo imitano. È un caso di autoreferenzialità estetica.
Finisce che il libro, di per se interessante, andrebbe diluito come certi sciroppi dolci che vanno bevuti miscelati in un buon bicchiere d’acqua. Non sono concepibili in altro modo perché liquorosi, densi e dolcissimi. I tennisti di Wallace sono ben descritti, persino le palline da tennis vengono raccontate nel loro modo di deformarsi, persino le angolature del campo hanno qualcosa di magistrale dentro le parole dell’autore. Ma quando chiudi il libro non hai la sensazione di un’esperienza religiosa o trascendente. Hai la certezza di averli dimenticati tutti quei dettagli. Come fosse una cena di mille sapori mescolata tutta assieme e in un tempo troppo breve. Rimane solo una confusione colossale.
Ma il trascendente e il religioso vivono di semplicità asciutte, folgoranti, di epifanie immediate. E non di logorree descrittive che si affannano a diventare qualcosa d’altro. E mi dispiace per coloro che hanno il culto di Wallace, ma questo libro mi ha profondamente annoiato.

[© Il Messaggero, 8.9.2012]