Domandatevi perché Apple cerca in tutti i modi di contrastare Samsung nella produzione dei tablet. Non sono domande economiche e tecnologiche, sono i nostri quesiti esistenziali dei prossimi anni. Perché in gioco c’è la nostra mente. Facebook, nonostante l’enorme potere economico che ha, soffre di una crisi culturale molto forte. Apple, nonostante sia la società più capitalizzata della storia, ha l’esigenza di una supremazia culturale.

La maggior parte degli intellettuali ritiene che il pensiero del futuro sia ancora nelle mani dell’editoria, delle accademie, dei giornali, dell’arte e dello spettacolo. Chi si occupa di tecnologia invece intuisce che la partita è altrove, che la tecnologia sta cambiando la società ma non sa ancora comprendere che non è in gioco il futuro, ma la cultura del nostro presente.

E allora la guerra Apple e Samsung non è sui tablet, ma è su due sigle: iOs e Android, ovvero i sistemi operativi dei dispositivi mobili. E dunque la guerra vera è Apple contro Google. E Facebook, che non è riuscito a trasformare il suo social network in un social mobile, ovvero in qualcosa da utilizzare in movimento e non davanti a un computer, paga un prezzo che nel tempo potrebbe essere altissimo.

Ma questo cosa significa per le nostre vite? Intanto che il personal computer diventerà un oggetto obsoleto prima di quanto si immagini. Tutto sarà mobile. Sarà mobile il mercato pubblicitario, sarà mobile la gerarchia delle notizie.

Quelli che pensano che il potere culturale sia ancora altrove si ricredano. La brevità ha invaso tutto perché tutto deve entrare dentro i nuovi dispositivi, e non per una scelta estetica. I linguaggi sono solo frasi brevi e un terzo dei tweet postati nel mondo sono immagini.

Stiamo cancellando definitivamente la distinzione tra professionismo e non professionismo. Sono tutti fotografi e sono tutti poeti e scrittori. E sono tutti critici. Einaudi ha cominciato a mettere quot, ovvero quelle frasi a commento delle quarte di copertina, scritti da lettori comuni sui blog e non da critici illustri. Il potere culturale non c’è più, ma il rischio è che tutto questo possa condurre al populismo. Da quello becero, che riguarda le polemiche politiche e che conosciamo bene, a quello chic, di cui ancora non parla nessuno.

Il populismo-chic è il più pericoloso. Non è visto come una minaccia perché abolisce le distanze, le competenze. È culturalmente democratico e permette a tutti di esprimersi, di giudicare ed essere ascoltati. Ma soprattutto si muove su territori eleganti, cool potremmo dire.

Il populismo-chic è in grado di utilizzare solo modelli critici già esistenti, idee che circolano da tempo, e non ha la forza – anche se lo volesse – di essere originale e innovativo. Girando per i blog e per i social network potete leggere parole già scritte, e guardare immagini postate con filtri fotografici – usati ormai da tutti – che esteticamente appartengono agli anni Sessanta e Settanta. Il populismo-chic porta a ripetere all’infinito una modernità già inventata: è un vintage che rigenera se stesso, come fosse una macchina in folle.

Ma il paradosso è questo: più i programmi dei dispositivi e computer saranno semplici e immediati – concedendoci facilità di esprimerci – e più sarà difficile  essere innovativi. Più i programmi dei dispositivi saranno invece aperti e complessi – ponendo problemi e difficoltà di utilizzo – e più si potranno trovare soluzioni nuove e creative. Le guerre del futuro tra Apple, Google, Windows, Samsung nascondono tutto questo. La scommessa è imparare a difendere la nostra immaginazione da un eccesso di semplicità, per quanto attraente.

(Sette del Corriere della Sera)